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Desterrats: vaganti contemporanei

Mostra fotografica di Matteo Rebuffa

Biblioteca di Città Studi, 16 maggio -29 giugno 2019


A ben vedere, le vite degli uomini non soltanto possono essere raccontate come una storia, a posteriori, dalla prospettiva del futuro, ma possono essere così pensate e vissute in ogni loro fase. Le vite degli uomini sono, in fondo, romanzi in fase di elaborazione, aventi un inizio ben preciso, ma ancora un ventaglio indefinitamente ampio di possibili svolgimenti. In quest’ottica, ciascun individuo, inteso come una sorta di autore, dal presente, e sulla base del proprio bagaglio esperienziale, prende decisioni, sceglie e progetta al fine di articolare un percorso di vita che si avvicini il più possibile a quella narrazione che, prima o poi, vorrebbe poter raccontare.
Tale processo di appropriazione e di concreta realizzazione, di ciò che in primo luogo nasce sotto la forma dell’ipotetico, conduce in misura sempre più significativa persone provenienti da ogni angolo del mondo a seguire l’ambizione non soltanto in senso figurato. È evidente che esistano luoghi che più di altri si attagliano alle specifiche di ogni singola trama. Sicché, sempre più spesso è possibile incrociare la strada di una figura d’uomo invero antica, ma che, in una sua declinazione contemporanea, si fa oggigiorno estremamente comune: ossia quella al cui appello rispondono coloro che, per le più svariate ragioni, sono portati a migrare, allontanandosi, talora definitivamente, dai propri luoghi e dalle proprie radici.
Il progetto fotografico “Desterrats: vaganti contemporanei”, nato in origine dall’esperienza “migratoria” del suo stesso autore – Matteo Rebuffa –, biellese di nascita che ha vissuto per oltre un decennio a Barcellona, intende sondare una provincia in particolare del fenomeno ampio della mobilitazione totale, che marca in maniera ormai quintessenziale la nostra epoca: ovvero quella dell’incontro tra vissuti e storie, che avviene là, oltre i rispettivi confini, una volta che cieli e mari sono stati solcati.
Per fare ciò egli dispone all’attenzione del fruitore ritratti impossibili, di amici e conoscenti incontrati lungo il periodo fuori sede, che di fatto decostruiscono la logica di base della comunicazione non verbale. È un cliché che uno sguardo talvolta riesca a dire più di cento parole; e come tutti i cliché questo contiene quantomeno un nocciolo di verità: è proprio attraverso lo sguardo, in effetti, che tipicamente passa la più parte di ciò che i volti esprimono e comunicano. Tuttavia il fotografo rinuncia al potere espressivo degli occhi, che in tal senso appaiono in ogni immagine chiusi, assecondando la neutralità di uno sfondo e di un abbigliamento monocromatici. Con un gesto dalla marcata caratura metaforica e in seguito a questo forte depotenziamento, l’autore si inserisce piuttosto nello spazio di quell’interpretazione mancata, facendo comparire in sovrapposizione a ciascun soggetto ritratto un’immagine emblematica di quella parte dei “romanzi viventi” che si propone di rappresentare, che più da vicino rimanda alle loro origini lontane. Scatto dopo scatto, vediamo allora comparire sui volti neutralizzati scorci urbani, paesaggi iridescenti, nonché coste lambite da acque mai dimenticate; uno dopo l’altro vediamo i ritratti colorarsi dei toni di un ricordo caldo e confortevole, scelto dai soggetti stessi, in cui risuona istantaneamente la temporalità e la profondità di ogni vissuto.
Da un punto di vista retorico così, le immagini assumono una direzione ben precisa e rivelano la struttura entimematica che de facto lega l’autore al fruitore: il primo prepara un lavoro che sarà il secondo a completare, facendo assumere agli scatti la forma di un sillogismo incompleto, le cui conclusioni spettano al pubblico. Soltanto quest’ultimo infatti, in seguito all’osservazione, si risolverà a riflettere sull’esperienza, oggi tanto discussa, dell’incontro con l’altro, per notarne auspicabilmente la ricchezza e le potenzialità, anziché l’immaginario volto minaccioso.
Marco Capozzi

La mostra dialoga con la proposta di lettura Europa.

Matteo Rebuffa
Nasce a Biella nel giugno 1978. Nel 2006, grazie ad una borsa di studio nel quadro del programma Leonardo dell’Unione europea, si trasferisce  a Barcellona. Percepisce la sua istruzione fotografica presso IDEP e Atelier Retaguardia, a Barcellona. La sua spiccata attitudine creativa trova sbocco in un Master triennale di” Creazione artistica e fotografia d’autore “. Alcuni dei suoi insegnanti sono stati Manel Ubeda , Martin Llorens , Lloren  Reich e Luca Pagliari . Si specializza in fotografia estenopeica, frequentando alcuni corsi dettati da Ilan Wolff, e successivamente riesce a trovare lavoro come assistente in diversi workshop. Durante gli anni accademici, gli viene assegnata una borsa di lavoro sponsorizzata dall’istituto IDEP. In questo contesto, si occupa dell’assistenza delle classi teoriche e ratiche, laboratori analogici e digitali. Nel 2008 inizia una collaborazione con la biblioteca dei musei di Barcellona CCCB e CaixaForum che promuovono commercialmente il suo progetto “Other Xmas postcards”. Nel corso degli ultimi 3 anni  il suo lavoro fotografico autoriale è  stato esposto collettivamente in festival europei e in mostre personali. Viene selezionato per diverse recensioni internazionali di portfolio, residenze artistiche e pubblicazioni. Attualmente vive e lavora tra Barcellona e Biella.
www.matteorebuffa.com