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Osservatorio normativo sul tessile e abbigliamento - Archivio glossario

Archivio glossario

  In questo archivio è stato predisposto e realizzato un glossario nel quale sono state definite e approfondite alcune delle questioni trattate dalla newsletter. Le voci individuate mirano a fornire delucidazioni e chiarimenti utili al fine di contestualizzare e inquadrare correttamente le notizie fornite dalla Newsletter.
  In questo intento, il glossario è organizzato secondo una suddivisione tematica che individua l'Organizzazione Mondiale del Commercio, l'Unione europea, la Proprietà Intellettuale e l'Unione doganale come le maggiori aree di interesse


 
    Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC)

                    -       Metodo di risoluzione controversie
 
 

   Unione Europea (rinvio al sito Europa per le Istituzioni)

                   -   Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF)

                   -   Competenze dell'Unione europea in politica commerciale

                   -   Lingue ufficiali dell'Unione europea

                   -   Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG)

                   -   Banca europea per gli investimenti (BEI)

                   -   Fondo europeo per gli investimenti (FEI)

                   -   Tutela dei consumatori
                              -          Ecolabel
                              -          Reach - Agenzia per le sostanze chimiche
                              -          Rapex
 

   PROPRIETÀ INTELLETTUALE
                        -           Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (OMPI)

                        -           Ufficio per l'armonizzazione del mercato interno (UAMI)
 

   UNIONE DOGANALE
                        -            Ostacoli tecnici agli scambi
                        -            Contingenti tariffari
                        -            Misure anti-dumping







Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC)

Metodo di risoluzione delle controversie

Il sistema di soluzione delle controversie all'interno dell'OMC è disciplinato dalla "Intesa sulle norme e le procedure che disciplinano la soluzione delle controversie" (Dispute Settlement Understanding, DSU).
Una procedura di risoluzione delle controversie esisteva anche nel GATT, ma non era adeguatamente strutturata e, pertanto, non risultava efficace. Con l'Uruguay Round e la DSU è stato introdotto un sistema più strutturato, con procedure e norme chiare e definite.
L'Intesa è composta da 27 articoli, integrati da quattro appendici e da alcune decisioni e dichiarazioni dei Ministri contenute nella parte III dell'atto finale dell'Uruguay Round. Tale complesso di norme è volto a potenziare il meccanismo di soluzione delle controversie quale strumento di garanzia del diritto all'interno del sistema multilaterale del commercio internazionale.
Rispetto al sistema precedente, previsto nell'Accordo generale e realizzato con la creazione di organi sussidiari nonché dei comitati previsti nei vari accordi commerciali multilaterali, le innovazione sono numerose, pur restando l'impianto fedele ai principi contenuti negli artt. XXII e XXIII dell'Accordo generale e della loro interpretazione.
Innanzitutto al Consiglio generale viene attribuita una competenza generale per tutte le controversie sollevate nell'ambito di applicazione di tutti gli accordi e le intese dell'OMC. Al Consiglio generale, in veste di Organo per la risoluzione delle controversie (DSB), spetta la costituzione dei gruppi speciali (panels) che intervengono nella fase giudicante in primo grado, e dell'organo di appello, l'adozione dei rapporti di questi ultimi, la sorveglianza per l'esecuzione delle decisioni e delle raccomandazioni e l'autorizzazione di contromisure nel caso di mancato adempimento alle obbligazioni contenute nelle raccomandazioni e nelle decisioni. L'adozione dei rapporti prevede un meccanismo automatico di perfeizonalmento. In particolare, in base all'art. XVI, n. 4 dell'Intesa, nel termine di sessanta giorni dalla distribuzione del rapporto di un gruppo speciale ai membri, il rapporto è adottato ad una riunione dell'organo per la risoluzione delle controversie a meno che una parte non notifichi formalmente all'organo stesso la sua decisione di proporre appello, ovvero l'organo non decida per consensus di non adottare il rapporto. Il sistema di manifestazione della volontà è quindi invertito (rispetto al sistema precedente nel quale affinché il rapporto del panel fosse adottato era necessario una manifestazione positiva di volontà dell'organo), ovvero occorre il consensus per rifiutare l'approvazione del rapporto. Pertanto, l'adozione del rapporto diventa automatica da parte dell'organo competente, salvo che esso decida per consensus di non adottarla.
La stessa tecnica dell'inverted consensus è prevista per l'adozione dei rapporti dell'organo di appello, per la costruzione dei panels e per la richiesta di sospensione delle concessioni o di altri obblighi nel caso di non applicazione di un rapporto del panel.
L'intesa si applica alle controversie sorte dopo l'entrata in vigore dell'OMC relative all'intero pacchetto degli Accordi OMC, sia quelli che disciplinano il commercio internazionale sia quelli di matrice più istituzionale, come lo stesso Accordo istitutivo dell'Organizzazione Mondiale del Commercio.
Una controversia sorge quando uno o più governi di Stati membri OMC ritengono che un altro Stato membro stia violando un accordo o un impegno assunti nell'ambito dell'OMC. In particolare, ogni Stato membro dell'OMC è legittimato ad agire ogni qualvolta ritenga verificarsi:
a) un annullamento o pregiudizio di un vantaggio per esso risultante da un accordo contemplato, oppure
b) un ostacolo per la realizzazione degli obiettivi perseguiti dal medesimo accordo.
Stati terzi possono dichiarare di avere interesse nella controversia ed entrare quindi nella procedura di risoluzione.
 

Il procedimento contenzioso si articola nelle seguenti quattro fasi principali:
La prima fase è quella delle consultazioni e può durare fino a 60 giorni: prima di intraprendere qualsiasi altra azione, infatti, gli Stati interessati sono tenuti a tentare una soluzione amichevole delle controversie tramite un accordo diretto fra loro. Tale fase si apre con la presentazione da parte dello Stato membro che ritenga di aver subito un pregiudizio - in conseguenza di misure che incidano sul funzionamento di uno o più accordi assunti da un altro Membro - alla controparte, al DSB, ai consigli e comitati competenti per materia dei motivi della richiesta, indicando le misure contestate e la base giuridica del reclamo. La controparte, a sua volta, è tenuta a considerare le osservazioni presentate e ad avviare in buona fede le consultazioni ai fini della soluzione amichevole della controversia.
 

La seconda fase si apre in seguito al fallito tentativo di risolvere la controversia tramite le consultazioni:  si passa quindi alla fase giudicante che prevede l'istituzione del panel da parte del DSB. A tal fine occorre presentare a quest'ultimo una domanda scritta proveniente da uno o più Stati membri. Tale domanda deve indicare in modo preciso l'eventuale svolgimento di consultazioni, le misure oggetto di contestazione, la base giuridica del reclamo e i termini della controversia. Il panel, composto da individui che, scelti volta per volta, forniscono garanzie di imparzialità, indipendenza e competenza, svolge l'inchiesta basandosi sul principio del contraddittorio. La procedura seguita dal panel si svolge normalmente entro il limite di sei mesi e si conclude con la presentazione del rapporto finale. Questo viene trasmesso al DSB riportando le contestazioni di fatto e di diritto del panel e le eventuali proposte di raccomandazioni.. Il DSB può decidere di rigettare il rapporto finale, ma per fare ciò è necessaria l'unanimità (metodo del consensus negativo). Qualora le parti abbiano raggiunto un accordo nel corso della procedura, il rapporto finale assume la forma di un semplice "verbale di conciliazione".
 

Alla fase giudicante svolta dal panel può seguire la fase d'appello affidata all'Organo d'appello, istituito dal DSB e composto da sette membri permanenti selezionati secondo criteri di competenza, indipendenza e imparzialità. Il ricorso in appello può essere proposto da qualsiasi parte della controversia. Le funzioni dell'Organo d'appello hanno natura squisitamente giurisdizionale: esso è infatti chiamato ad esaminare unicamente le questioni giuridiche contemplate nella relazione del panel e le interpretazioni giuridiche da questo sviluppate. Tendenzialmente, la procedura d'appello non supera i sessanta giorni e si conclude con la presentazione di un "rapporto d'appello" al DSB, il quale lo adotta unitamente al precedente rapporto del panel oppure, all'unanimità, decide di rigettarlo.
 

Conclusa la fase giudicante e approvati i rapporti da parte del DSB, si apre la fase esecutiva, che ha la funzione di assicurare il rispetto delle raccomandazioni e delle decisioni emanate. I poteri di sorveglianza sono esercitati principalmente dal DSB.
 

Nel caso in cui una parte sia inadempiente agli obblighi contenuti nelle decisioni o nelle raccomandazioni sono previste misure sanzionatorie. Queste non hanno però lo scopo di punire la parte inadempiente, bensì sono fondamentalmente dirette a far cessare il comportamento illecito tenuto dalla parte che ha violato gli obblighi derivanti dagli accordi. Le misure sono infatti definite "provvisorie" e ad esse deve comunque essere preferita la piena applicazione delle raccomandazioni e delle decisioni per rendere il comportamento della parte che si è resa inadempiente conforme agli obblighi contenuti negli accordi. La misura sanzionatoria consistente nella compensazione o nella sospensione di concessioni o di altri diritti da parte dello Stato che subisce il pregiudizio deve essere autorizzata dal DSB.
Le misure devono, per quanto possibile, riguardare lo stesso settore. Tuttavia, qualora il DSB riconosca che tali sanzioni non sono efficaci, la parte può chiedere di sospendere le concessioni o gli altri obblighi in altri settori contemplati nello stesso accordo.
Competente a concedere le sospensioni è il DSB.
La valutazione circa l'efficacia o meno delle misure deve in primo luogo tenere conto dell'obiettivo che esse si propongono: l'eliminazione del comportamento illecito e per quanto possibile la cancellazione dei suoi effetti.
 

Fonti:
Paolo Picone, Aldo Ligustro, Diritto dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, CEDAM.
Andrea Comba, Il neo liberismo internazionale, Giuffré, 1995.
http://www.wto.org/english/thewto_e/whatis_e/tif_e/disp1_e.htm
 

Tessile
Studio di caso in ambito tessile sulla risoluzione delle controversie OMC.
http://www.wto.org/english/res_e/booksp_e/casestudies_e/case34_e.htm
(Pakistan's Dispute Settlement Case on Combed Cotton Yarn Exports to the United States. In inglese, traduco?)
 

General overview of active WTO dispute settlement cases involving the EU as complainant or defendant and of active cases under the trade barriers regulation
19 march 2010
http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2007/may/tradoc_134652.pdf
 

Fonti:
Paolo Picone, Aldo Ligustro, Diritto dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, CEDAM.
 

http://www.wto.org/english/thewto_e/whatis_e/tif_e/disp1_e.htm

Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF)

Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF)

 
L'Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) è stato istituito nel 1999 con decisione della Commissione europea, sostituendo l'Unità di coordinamento della lotta antifrodi (UCLAF) creata dalla Commissione nel 1988, con l'incarico di reprimere le frodi ai danni del bilancio dell'Unione europea.
La missione dell'OLAF è proteggere gli interessi finanziari dell'Unione europea (UE) e quindi dei suoi cittadini, nonché la reputazione delle istituzioni europee. La sua azione riguarda in linea di principio tutte le spese e le entrate della Comunità, compreso il bilancio generale, i bilanci amministrati dalle Comunità o a loro nome, nonché alcuni fondi che non rientrano nel bilancio e che vengono amministrati dalle agenzie comunitarie per proprio conto. Essa si estende altresì a tutte le misure che influiscono o possono influire sul bilancio comunitario.
L'OLAF svolge la sua missione conducendo indagini amministrative interne ed esterne in modo totalmente indipendente, come statuito nel regolamento (CE) n. 1073/99 e secondo quanto disposto dagli artt.317 e 325 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea.
L'OLAF organizza inoltre una stretta collaborazione tra le autorità competenti degli Stati membri e i paesi terzi, al fine di coordinare le loro attività investigative. L'Ufficio fornisce agli Stati membri e ai paesi terzi il sostegno e le conoscenze tecniche necessari per aiutarli nelle loro attività antifrode e instaura una stretta collaborazione con le organizzazioni internazionali che hanno interessi analoghi. Queste attività, diverse dalle indagini interne ed esterne, vengono definite come "operazioni" o "attività operative". Oltre a queste procedure investigative e operative, l'Ufficio svolge funzioni di informazione, intelligence e supporto tecnico.
Nel quadro delle attività svolte i membri del personale dell'OLAF agiscono in qualità di funzionari della Commissione soggetti ai suoi regolamenti interni e ai suoi poteri.
I due principali organi dell'OLAF sono il direttore, nominato dal Parlamento, dalla Commissione e dal Consiglio, in concertazione tra di loro. Esso ha facoltà di presentare ricorsi alla Corte di giustizia a tutela della propria indipendenza e può avviare indagini anche di propria iniziativa. L'altro organo principale è il comitato di vigilanza. Incaricato di controllare lo svolgimento delle inchieste, è composto da cinque personalità esterne indipendenti, nominate congiuntamente dal Parlamento, dal Consiglio e dalla Commissione europea.
 L'attività dell'OLAf si inserisce nel quadro determinato dalla lotta contro la frode e la corruzione, che, a sua volta, s'iscrive nel quadro generale della lotta contro la criminalità organizzata. Tuttavia, il suo campo di azione è ben più ampio, in quanto copre ogni attività illegale che nuoce agli interessi finanziari della Comunità. Gli obiettivi e l'attività dell'OLAF poggiano su due basi giuridiche. Innanzi tutto l'articolo 67 del TFUE, che si riferisce allo spazio di libertà sicurezza e giustizia e alla cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale, e l'articolo 325 del TFUE specificatamente dedicato alla lotta contro la frode. Il quarto paragrafo dell'art. 325 fa specifico riferimento agli interessi finanziari dell'Unione e dispone che il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria,previa consultazione della Corte dei conti, adottano le misure necessarie nei settori della prevenzione e lotta contro la frode che lede gli interessi finanziari dell'Unione, al fine di pervenire a una protezione efficace ed equivalente in tutti gli Stati membri e nelle istituzioni, organi e organismi dell'Unione.
Dal giugno 1999, la lotta contro la frode è condotta in seno alla Commissione europea dall'Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF). L'OLAF sostituisce l'Unità di coordinamento della lotta antifrode (UCLAF) istituita nel 1988.
Per rafforzare l'azione comunitaria in materia di lotta contro la frode, in occasione della Conferenza intergovernativa di Nizza (febbraio 2000), la Commissione europea aveva proposto di introdurre nei trattati una base giuridica che consentisse di creare un quadro normativo relativo all'azione giudiziaria penale contro le frodi transnazionali e di istituire la figura di un procuratore europeo incaricato del coordinamento delle indagini e della repressione dei reati ai danni degli interessi finanziari dell'Unione. La proposta ha portato all'elaborazione di un libro verde (dicembre 2001) sulla tutela penale degli interessi finanziari comunitari, che suggerisce la creazione di una procura europea.
 

Fonti
http://ec.europa.eu/anti_fraud/index_it.html
www.eur-lex.eu
www.europea.eu


 

Competenze dell'Unione in politica commerciale

La competenza dell'Unione europea in politica commerciale presenta sia una dimensione esterna sia una dimensione interna.
La scomparsa delle barriere commerciali all'interno dell'UE (dimensione interna) da una parte e l'espansione del commercio internazionale dall'altra hanno reso la politica commerciale comune una delle principali politiche ed uno dei principali strumenti delle relazioni esterne dell'Unione europea (dimensione esterna).
Tale politica rientra nella sfera di competenza esclusiva dell'Unione (art. 207 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione europea) e costituisce la contropartita dell'Unione doganale fra gli Stati membri.
La necessità di attuare una politica comune nell'ambito degli scambi commerciali è infatti strettamente collegata all'instaurazione, nel 1968, dell'Unione Doganale, volta a contribuire, nell'interesse comune, allo sviluppo armonioso del commercio mondiale, alla graduale soppressione delle restrizioni agli scambi internazionali e agli investimenti esteri diretti e alla riduzione delle barriere doganali e di altro tipo (art. 206 TFUE).
La tariffa doganale comune e i regimi comuni che regolano le importazioni e le esportazioni consentono la gestione uniforme delle relazioni commerciali con i paesi terzi, elemento imprescindibile per una politica commerciale comune.
 

Il Trattato sul funzionamento dell'Unione europea disciplina la politica commerciale comune al Titolo II della Parte Quinta.
Dall'art. 207, n. 1, TFUE emerge che la politica commerciale comune è fondata su principi uniformi e si riferisce principalmente ad azioni quali le modificazioni tariffarie, la conclusione di accordi tariffari e commerciali, l'uniformazione delle misure di liberalizzazione, la politica di esportazione, nonché le misure di difesa commerciale, tra cui quelle da adottarsi in casi di dumping e di sovvenzioni. Lo stesso paragrafo specifica inoltre che la politica commerciale comune è condotta nel quadro dei principi e obiettivi dell'azione esterna dell'Unione.
Come anticipato e come si evince dall'art. 207 TFUE, l'Unione ha la facoltà sia di adottare misure interne sia di concludere accordi con Stati terzi (doppia dimensione). Come sostenuto dalla Corte col parere 1/75 dell'11 novembre 1975, la politica commerciale è il risultato del concorso e dell'effetto combinato dei provvedimenti interni ed esterni, che non sono affatto subordinati gli uni agli altri: talvolta sono gli accordi a determinare la politica, talvolta è la politica a determinare gli accordi. In tale contesto, per quanto riguarda le misure interne (dimensione interna), il quadro di attuazione della politica commerciale comune è definito secondo le misure adottate dal Parlamento europeo e dal Consiglio secondo la procedura legislativa ordinaria (art. 207, n. 2,  TFUE).
Da quanto sopra emerge pertanto una delle innovazioni più importanti introdotte dal Trattato di Lisbona, che riguarda il processo decisionale nel settore della politica commerciale comune. Consiglio e Parlamento appaiono ora come colegislatori. Nell'adozione delle norme che regolano la difesa commerciale, gli strumenti di "fair trade", quali la regolamentazione delle barriere al commercio, le regole d'origine, il riconoscimento dello status di economia di mercato, le misure preferenziali autonome, al Parlamento europeo sono conferiti poteri pari a quelli del Consiglio.
Per quanto concerne invece la conclusione degli accordi con Stati terzi (dimensione esterna), il terzo paragrafo della stessa disposizione precisa che, qualora si dovessero negoziare accordi con uno o più paesi terzi o organizzazioni internazionali, la Commissione presenta raccomandazioni al Consiglio, che l'autorizza ad aprire i negoziati necessari. Spetta al Consiglio e alla Commissione adoperarsi affinché gli accordi negoziati siano compatibili con le politiche e norme interne dell'Unione. Tali negoziati sono condotti dalla Commissione in consultazione con un comitato speciale designato dal Consiglio per assisterla in questo compito e nel quadro delle direttive che il Consiglio può impartirle. Inoltre, l'ultima parte del terzo paragrafo dell'art. 207 TFUE contiene un altro elemento introdotto dal Trattato di Lisbona, che consiste nell'obbligo in capo alla Commissione di informare regolarmente dei progressi dei negoziati, oltre che il comitato speciale, anche il Parlamento europeo.
Infine, come accennato, la competenza attribuita all'Unione europea nell'ambito della conclusione di accordi commerciali con paesi terzi è una competenza esclusiva, con la conseguente perdita di autonomia negoziale da parte dei singoli Stati membri. Come ha sostenuto la Corte nel citato parere, la politica commerciale comune è concepita nella prospettiva del funzionamento del mercato comune, per la salvaguardia dell'interesse globale della Comunità, entro i cui limiti devono conciliarsi gli interessi dei rispettivi Stati membri. Tale concezione risulta evidentemente incompatibile con la libertà che gli Stati membri potrebbero riservarsi, invocando una competenza parallela, al fine di perseguire autonomamente i propri interessi nei rapporti esterni, atteggiamento che potrebbe compromettere il perseguimento delle finalità collettive della Comunità. Nel proprio parere la Corte sostiene dunque che, nell'ambito della politica commerciale comune, è inammissibile che gli Stati membri conservino una competenza parallela.
 

Tessile e Abbigliamento
I dati relativi ai prodotti tessili mostrano che nell'economia globale questi rappresentano la maggior percentuale di beni oggetto di scambi commerciali. Dopo la Cina, l'UE è il secondo maggiore esportatore mondiale di prodotti tessili. Escluso il commercio interno all'UE, nel 2008 l'UE ha esportato prodotti tessili per un valore che ammonta a circa EUR 36.3 miliardi e, grazie all'alta qualità, continua a dominare i mercati globali.
Il lavoro della Commissione europea nel settore del tessile e abbigliamento si inserisce nel quadro della rinnovata strategia di accesso ai mercati e mira ad eliminare le barriere alle esportazioni del tessile europeo nei mercati emergenti esteri e a contrastare la contraffazione, che incide molto sui produttori di tessili e abbigliamento dell'Unione europea. Nel quadro di tale strategia, a gennaio 2009 è stato creato un Gruppo di Lavoro sull'Accesso al Mercato, dedicato ai problemi di accesso al mercato nel settore del tessile e abbigliamento. Tale gruppo di lavoro rappresenta un'occasione di incontro e sinergia per gli operatori economici del settore, gli Stati membri e la Commissione per lavorare insieme nell'intento di rimuovere le barriere sollevate dai paesi terzi.
Per ulteriori informazioni sulle barriere che ostacolano l'industria europea nel settore tessile, consultate la banca dati di accesso al mercato dell'Unione europea (http://madb.europa.eu/mkaccdb2/indexPubli.htm)
Per approfondire le questioni relative all'impegno dell'UE a favore dell'industria tessile, visitate il seguente sito internet (Enterprise and Industry: http://ec.europa.eu/enterprise/sectors/textiles/index_en.htm)

Documenti di riferimento e link utili:

Legislazione:
Council Regulation 3030/93 - consolidated version on 01/01/2009 
 
Commission Regulation (EC) No 502/2008 amending Annexes I, II and IX to Council Regulation (EEC) No 3030/93
 
Consolidated version of Council Regulation (EC) No 517/94
 
Commission Regulation (EC) No 1402/2007 laying down rules for the management and distribution of textile quotas established for the year 2008 under Council Regulation (EC) No 517/94
Commission Regulation (EC) No 1398/2007 of 28 November 2007 amending Annexes II, III B and VI to Council Regulation (EC) No 517/94 on common rules for imports of textile products from certain third countries not covered by bilateral agreements, protocols or other arrangements, or by other specific Community import rules
Relazioni e altri testi utili:
Study on the application of the value added method for textile products in preferential rules of origin Impact of the end of textile quotas on prices Notice to economic operators - Import licensing arrangements for textile and clothing products originating in China into the Community - Changes from 1 January 2009
Q&A on the double-checking surveillance system of imports of some textiles from China
Unofficial translation Notice 91/2007 of Chinese Ministry of Commerce on the surveillance scheme applicable to some textile exports to the EU in 2008
Notice to economic operators - imports into the Community of textile and clothing products originating in China for the year 2008
Commission Regulation (EC) No 1217/2007, OJ L 275
EU and China decide on textile monitoring system for 2008
Imports from China 2005-2006
High Level Group for Textiles and Clothing
Market Access for Textiles and Clothing and Footwear

Link di riferimento:
http://madb.europa.eu/mkaccdb2/indexPubli.htm
http://europa.eu/legislation_summaries/institutional_affairs/treaties/amsterdam_treaty/a20000_it.htm
http://www.esteri.it/MAE/IT/Politica_Europea/AffariGen_RelazEst/Politica_commerciale.htm
http://ec.europa.eu/trade/creating-opportunities/economic-sectors/industrial-goods/textiles-and-footwear/

Parere 1/75 della Corte
Study on the Application of Value Criteria for Textile Products in Preferential Rules of Origin
 
http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2009/may/tradoc_143154.pdf
http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2008/october/tradoc_141196.pdf

 

Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG)

Nonostante la globalizzazione rivesta un ruolo decisivo nel produrre effetti positivi sulla crescita, l'occupazione e la competitività europea, essa può anche comportare in determinati settori conseguenze negative per l'occupazione, soprattutto, dei lavoratori in esubero meno qualificati.
Alla luce di questo, l'Unione europea ha messo in atto un'iniziativa volta ad arginare il fenomeno della disoccupazione che il processo di globalizzazione ha contribuito ad accentuare negli Stati membri; si tratta dell'istituzione del Fondo Europeo di Adeguamento alla Globalizzazione (in prosieguo: il «FEG»), il quale mira a contenere le dette conseguenze negative offrendo sostegno e supporto ai lavoratori in esubero in conseguenza dei mutamenti intervenuti nella struttura del commercio mondiale.
Il FEG, che fa parte dei fondi strutturali dell'Unione europea, è stato istituito dal regolamento (CE) n. 1927/2006 come risposta a livello europeo verso, da una parte, coloro che subiscono le conseguenze della globalizzazione e, dall'altra parte, come segno di solidarietà di coloro che, invece, beneficiano dell'apertura dei mercati. Il FEG è stato concepito come strumento teso a conciliare i benefici complessivi di lungo termine e gli effetti negativi a breve termine del libero scambio derivanti dalla globalizzazione.
Successivamente modificato dal regolamento (CE) n. 546/2009, il FEG, adattando il funzionamento delle erogazioni al nuovo contesto economico, si estende dal 2009 anche ai lavoratori in esubero colpiti dalla crisi finanziaria.
In concreto, il Fondo è destinato a sovvenzionare misure attive per il mercato del lavoro (ad esempio l'assistenza nella ricerca di un impiego, l'orientamento professionale, la formazione e la riqualificazione su misura e l'assistenza per il ricollocamento professionale e la promozione dell'imprenditorialità o l'aiuto alle attività professionali autonome) e misure specifiche di durata limitata (come le indennità per la ricerca di un lavoro, le indennità di mobilità o le indennità di sostegno per chi partecipa ad attività di formazione e apprendimento permanente).
Esso si distingue dagli altri fondi strutturali dell'UE in quanto mira a fornire un sostegno tempestivo e puntuale, limitato nel tempo e individuale, inteso, come detto, ad aiutare i lavoratori colpiti dagli effetti negativi della globalizzazione e della crisi finanziaria ed economica.
Le domande di finanziamento vengono presentate dagli Stati membri che ne fanno richiesta al presentarsi di determinate condizioni. Innanzi tutto, quando uno Stato membro registra ingenti esuberi causati dagli effetti della globalizzazione, mobilita tempestivamente i propri servizi per l'impiego affinché elaborino un piano per sostenere i lavoratori interessati. Una volta delineato il piano, lo Stato membro può presentare alla Commissione domanda di contributo finanziario del FEG. Dopo aver esaminato il piano, la Commissione lo presenta per l'approvazione all'autorità di bilancio dell'UE (Consiglio e Parlamento europeo).
Ai sensi dell'art. 2 del regolamento citato una richiesta di finanziamento dal FEG può essere presentata nelle condizioni che seguono:
-                     La presenza di almeno 500 esuberi nell'arco di 4 mesi in un'impresa di uno Stato membro, inclusi i lavoratori in esubero dei fornitori o dei produttori a valle di tale impresa,
-                     La presenza di almeno 500 esuberi, nell'arco di 9 mesi, in particolare in piccole e medie imprese di un settore NACE 2 (classificazione statistica delle attività economiche), in una regione o in due regioni contigue di livelli NUTS II (nomenclatura delle unità territoriali per la statistica), o
-                     in mercati del lavoro di piccole dimensioni o in circostanze eccezionali, debitamente motivate dallo o dagli Stati membri interessati, potrà essere considerata ammissibile una richiesta di contributo del FEG anche se le condizioni di cui sopra non sono interamente soddisfatte, qualora gli esuberi abbiano un'incidenza molto grave sull'occupazione e sull'economia locale. L'importo cumulato dei contributi a titolo di dette circostanze eccezionali non può eccedere il 15% delle spese del FEG in un anno.
Il fondo non finanzia azioni volte a ristrutturare le aziende coinvolte, né i settori colpiti dai rilevanti impatti occupazionali negativi, ma si rivolge ai lavoratori in eccesso provenienti sia da piccole e medie imprese (PMI), sia a quelli provenienti da grandi imprese e multinazionali.  
 

Tessile
La Commissione europea ha effettuato quattro pagamenti all'Italia attingendo al FEG. L'importo complessivamente distribuito ammontava a 35,16 milioni di euro ed era destinato ad aiutare quasi 6 000 lavoratori del settore tessile a trovare un nuovo lavoro, in quanto in esubero. Tali esuberi erano la conseguenza di una generalizzata delocalizzazione della produzione di indumenti e accessori dall'UE a paesi terzi dalla manodopera a costo inferiore.
Le richieste dell'Italia, approvate dalla Commissione nel settembre 2008 (cfr. IP/08/1367) interessano 5 955 casi di licenziamento: 1 044 in Sardegna (in 5 imprese), 1 537 in Piemonte (in 202 imprese), 1 816 licenziamenti in Lombardia (in 190 imprese) e 1 558 in Toscana (in 461 imprese).
 

Documenti di riferimento e link utili:
http://eur-lex.europa.eu/Notice.do?mode=dbl〈=en&ihmlang=en&lng1=en,it&lng2=bg,cs,da,de,el,en,es,et,fi,fr,hu,it,lt,lv,mt,nl,pl,pt,ro,sk,sl,sv,&val=498737:cs&page=
 

http://eur-lex.europa.eu/Notice.do?mode=dbl〈=it&ihmlang=it&lng1=it,mt&lng2=bg,cs,da,de,el,en,es,et,fi,fr,hu,it,lt,lv,mt,nl,pl,pt,ro,sk,sl,sv,&val=498737:cs&page=
 

http://www.parlamento.it/web/docuorc2004.nsf/5f851ada4bbbe534c12575640032ee7c/245ec6a20756e898c1257604002f794d/$FILE/13053_09_IT.pdf
 

http://ec.europa.eu/social/main.jsp?langId=it&catId=326&newsId=429&furtherNews=yes
 

http://ec.europa.eu/social/main.jsp?langId=it&catId=326

 

Tutela dei consumatori

Ecolabel

Contesto normativo
 

Considerando le finalità e i principi della politica comunitaria in materia ambientale e l'importanza di sviluppare una politica volta a promuovere prodotti con minore impatto sull'ambiente (i c.d. "prodotti puliti") l'Unione europea si è dotata di un sistema comunitario di assegnazione di un marchio di qualità ecologica. Tale sistema è disciplinato dal regolamento (CE) n. 66/2010 del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 novembre 2009, relativo al marchio di qualità ecologica dell'Unione europea (Ecolabel UE), che si applica a tutti i beni e i servizi destinati alla distribuzione, al consumo o all'uso sul mercato comunitario, a titolo oneroso o gratuito
L'Ecolabel è un marchio utilizzato per certificare la qualità ecologica di prodotti e servizi all'interno dell'UE, si tratta di un sistema di certificazione volontaria istituito al fine di promuovere i prodotti aventi un minore impatto ambientale e di fornire ai consumatori informazioni e indicazioni precise e scientificamente accertate sui prodotti. Al fine di consentirne un rapido e facile riconoscimento, i prodotti e i servizi che soddisfano i requisiti indicati dal sistema di assegnazione dell'Ecolabel possono portarne il logo. Oggi l'Ecoabel comunitario copre un'ampia gamma di prodotti e servizi, tra i quali figurano i prodotti tessili.
I criteri ambientali che si applicano per la concessione del marchio sono delineati all'art. 6 del regolamento citato. Essi si basano sulla prestazione ambientale dei prodotti, tenuto conto dei più recenti obiettivi strategici della Comunità in ambito ambientale. In particolare, tali requisiti sono determinati su base scientifica e considerano l'intero ciclo di vita dei prodotti, dall'estrazione della materia prima alla produzione, distribuzione e smaltimento. Nella determinazione di tali criteri sono presi in considerazione gli impatti ambientali più significativi, come l'impatto sui cambiamenti climatici, l'impatto sulla natura e la biodiversità, il consumo di energia e di risorse, la produzione di rifiuti, le emissioni in tutti i comparti ambientali, l'inquinamento dovuto ad effetti fisici e l'uso e il rilascio di sostanze pericolose.
L'eventuale sostituzione delle sostanze pericolose con sostanze più sicure nonché la riutilizzabilità dei prodotti impiegati nonché gli aspetti inerenti alla salute e alla sicurezza sono ulteriori parametri che vengono presi in considerazione al fine del rilascio del marchio.
Ancora, ove opportuno, sono presi in considerazione anche gli aspetti sociali ed etici, ad esempio facendo riferimento alle convenzioni e agli accordi internazionali in materia, quali le norme e i codici di condotta pertinenti dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) nonché il principio della riduzione degli esperimenti sugli animali.
Nello specifico, il marchio Ecolabel UE non può essere assegnato a prodotti contenenti sostanze o preparati/miscele rispondenti ai criteri per la classificazione come tossici, pericolosi per l'ambiente, cancerogeni, mutageni o tossici per la riproduzione (CMR) in conformità del regolamento (CE) n. 1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2008, relativo alla classificazione, all'etichettatura e all'imballaggio delle sostanze e delle miscele, né a prodotti contenenti sostanze di cui all'articolo 57 del regolamento (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 dicembre 2006, concernente la registrazione, la valutazione, l'autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH), che istituisce un'Agenzia europea per le sostanze chimiche.
I criteri riportati sono concordati a livello europeo, a seguito di una consultazione con esperti e la concessione avviene solo previa verifica che il prodotto soddisfi tali standard ambientali e di prestazione.
Da sottolineare è il fatto che la natura volontaria della certificazione permette che non si creino ostacoli al commercio, anzi, molti produttori ritengono che l'applicazione del logo generi un vantaggio competitivo.
 

Il marchio comunitario di qualità ecologica fa parte di un piano d'azione più ampio sul consumo e la produzione sostenibili e su una politica industriale sostenibile adottato dalla Commissione il 16 luglio 2008, il cui obiettivo è ridurre gli impatti negativi del consumo e della produzione sull'ambiente, sulla salute, sul clima e sulle risorse naturali.
 

Tessile
La decisione 9 luglio 2009 della Commissione stabilisce i criteri ecologici aggiornati per l'assegnazione del marchio comunitario di qualità ecologica ai prodotti tessili.
Dalla decisione della Commissione emerge che per prodotti tessili si intendono gli articoli di abbigliamento ed accessori costituiti per almeno il 90% in peso da fibre tessili; prodotti tessili per interni consistenti per almeno il 90% in peso da fibre tessili nonché fibre, filati e tessuti destinati alla produzione di articoli di abbigliamento e accessori tessili o di prodotti tessili per interni.
L'allegato al regolamento contiene le osservazioni generali relative ai criteri specifici da applicare ai prodotti tessili. Ai sensi dell'art. 3 della decisione in oggetto i criteri ecologici dei prodotti tessili e i rispettivi requisiti di valutazione e verifica sono validi per quattro anni dalla data di adozione della decisione stessa.
 

Documenti rilevanti e link utili:
http://eur-lex.europa.eu/Notice.do?val=498861:cs〈=it&list=523680:cs,508906:cs,498861:cs,490316:cs,487893:cs,487189:cs,487058:cs,466989:cs,462794:cs,457075:cs,&pos=3&page=1&nbl=32&pgs=10&hwords=per%20prodotti%20tessili~&checktexte=checkbox&visu=#texte
 

Regolamento n. 66/2010
Regolamento n. 880/92
Regolamento n. 1980-2000
http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2000:237:0001:0012:IT:PDF
Decisione 10 novembre 2000
Decisione 9 luglio 2009
 

Revision of the textile eco-label rapport_2007:
http://ec.europa.eu/environment/ecolabel/ecolabelled_products/categories/pdf/rapport_2007.pdf
 

Decisione della Commissione del 9 febbraio 2006 che istituisce il piano di lavoro relative al marchio comunitario di qualità ecologica.
http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:162:0078:0090:IT:PDF
 

http://ec.europa.eu/environment/gpp/pdf/toolkit/textiles_GPP_product_sheet.pdf
 

European Ecolabel on textile products
http://ec.europa.eu/environment/ecolabel/ecolabelled_products/categories/pdf/background_27_03_06.pdf

 

Tutela dei consumatori

REACH

 REACH è l'acronimo in lingua inglese che sta per di Registrazione (Registration), Valutazione (Evaluation), Autorizzazione e Restrizione delle sostanze chimiche (Authorization of Chemicals).
A sua volta tale acronimo rappresenta/ rimanda al Regolamento (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 dicembre 2006, concernente la registrazione, la valutazione, l'autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH), che istituisce un'Agenzia europea per le sostanze chimiche, che modifica la direttiva 1999/45/CE e che abroga il regolamento (CEE) n. 793/93 del Consiglio e il regolamento (CE) n. 1488/94 della Commissione, nonché la direttiva 76/769/CEE del Consiglio e le direttive della Commissione 91/155/CEE, 93/67/CEE, 93/105/CE e 2000/21/C, entrato in vigore il 1° giugni 2007. Il detto regolamento istituisce pertanto un sistema integrato di registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche che mira a ottenere informazioni più numerose e più complete sulle proprietà pericolose dei prodotti manipolati, sui rischi connessi ad un'esposizione e sulle misure di sicurezza da applicare.
 

Obiettivi del regolamento
 

Gli obiettivi che il regolamento REACH si propone sono molteplici. Nell'osservanza del principio di precauzione, obiettivi principali e generali del regolamento consistono nel migliorare la conoscenza dei pericoli e dei rischi derivanti dall'utilizzo di determinate sostanze chimiche immesse sul mercato e nel tutelare la salute umana e dell'ambiente, laddove pone in essere un meccanismo di controllo volto a impedire a determinate sostanze di essere immesse sul mercato.
 

Ulteriori obiettivi sono i seguenti:
 
-         razionalizzare e migliorare il quadro legislativo, già esistente in precedenza, in materia di sostanze chimiche dell'Unione europea.
-         incoraggiare e, in taluni casi, garantire la sostituzione a termine delle sostanze che destano maggiori preoccupazioni con sostanze o tecnologie meno pericolose, quando esistono alternative economicamente e tecnicamente idonee
-    generare informazioni sulle sostanze e sui loro usi. Le informazioni disponibili, comprese quelle generate dal presente regolamento, dovrebbero essere utilizzate dagli attori interessati nell'applicazione e nell'attuazione della pertinente legislazione comunitaria, ad esempio quella relativa ai prodotti, e degli strumenti comunitari volontari come il sistema di etichettatura ecologica.
-   esaminare le possibilità di istituire un marchio europeo di qualità.
 

La portata del regolamento
 
Il detto regolamento assoggetterà ad un esame di pericolosità circa 30.000 sostanze e prodotti chimici, che verranno inseriti in un database comune a tutti gli Stati membri.
La conoscenza del regolamento e delle fasi che prevede tocca direttamente l'interesse delle imprese. Infatti, sono i fabbricanti e gli importatori di sostanze e preparati (miscele di due o più sostanze) ad essere tenuti a presentare e all'Agenzia europea per le sostanze chimiche una serie di informazioni di base sulle caratteristiche delle sostanze e, qualora non dispongano di tali dati, ad eseguire test sperimentali per caratterizzare le proprietà fisico-chimiche, tossicologiche e ambientali delle sostanze di cui fanno uso. La presentazione di tali dati e informazioni essendo necessaria al fine della registrazione. Al sistema industriale è dunque richiesto un ruolo attivo nella gestione del rischio delle sostanze chimiche e deve a tal fine porre in essere una serie di azioni per l'adeguamento dei sistemi organizzativi aziendali, a qualsiasi livello della catena di approvvigionamento, oltre che l'acquisizione delle conoscenze e capacità tecniche necessarie per l'attuazione dei compiti previsti.
Ciò che invece è in capo agli Stati membri è la valutazione delle sostanze prioritarie. In questa fase gli Stati membri valutano quali possano essere i rischi per la salute umana e per l'ambiente e, qualora si riscontri l'esistenza di tali rischi e la mancanza di un adeguato controllo, possono essere richieste procedure di autorizzazione o di restrizione.
Il sistema introdotto dal regolamento REACH mantiene in vigore le procedure di restrizione che hanno una portata generale e si applicano in tutto il territorio comunitario a tutti gli usi previsti. Le restrizioni già adottate ai sensi della direttiva 76/769/CEE sono trasferite all'interno del regolamento REACH ed elencate nell'allegato XVII.
Nella fase di valutazione vengono individuate le sostanze definite estremamente preoccupanti, le quali vengono inserite in un apposito elenco e possono essere immesse sul mercato, per usi specifici e controllati, solo su richiesta e se autorizzate dalla Commissione europea.
 

L'Agenzia europea per le sostanze chimiche
Il Regolamento ha istituito l'Agenzia europea per le sostanze chimiche, con sede a Helsinki. L'Agenzia svolge un ruolo di coordinamento tecnico-scientifico delle attività previste dal Regolamento REACH e, in primo luogo, organizza una banca dati per raccogliere e gestire i dati forniti per la registrazione delle sostanze, anche allo scopo di garantire l'accesso del pubblico alle informazioni sulle sostanze chimiche.
L'Agenzia rappresenta un ottimo punto di riferimento per le imprese alle quali si rivolge il regolamento REACH. A tal fine essa offre servizi e assistenza con riferimento agli adempimenti di cui al regolamento.
L'Agenzia contiene tutte le informazioni necessarie affinché si possa procedere alla registrazione delle sostanze e affinché vi possa essere coordinamento fra gli Stati membri e tutte le parti coinvolte.
E' amministrato dall'Agenzia europea per le sostanze chimiche il Forum per lo scambio delle informazioni tra le autorità nazionali competenti In Italia l'Autorità nazionale competente è stata individuata ai sensi del Regolamento nel Ministero della salute, che opera d'intesa con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministero dello sviluppo economico e il Dipartimento per le politiche comunitarie della Presidenza del Consiglio dei Ministri, coordinandosi con le Regioni e Province Autonome.

Helpdesk nazionali
Affinché il regolamento REACH possa trovare piena attuazione per ogni Stato membri è stato istituito un sistema integrato e complesso di interazione tra Helpdesk nazionali, uno per ogni Stato membro. Il coordinamento fra questi Helpdesks, punti di riferimento per tutti i soggetti coinvolti nell'applicazione del REACH, garantisce la corretta implementazione e l'uniforme applicazione in tutti i 27 Stati membri dell'Unione europea del Regolamento.
Per l'Italia, l'autorità designata per la creazione e gestione dell'Helpdesk nazionale è il Ministero dello Sviluppo Economico e il punto di contatto dell'Helpdesk della rete REACH Helpnet è individuato presso lo stesso Ministero.

Base giuridica
Ai sensi dell'art. 124 del Regolamento, l'Helpdesk è il servizio nazionale designato a fornire informazioni e assistenza tecnica a tutti i soggetti coinvolti dall'applicazione del Regolamento in merito agli obblighi da adempiere, alle responsabilità in cui si incorre e alle procedure da seguire in caso di utilizzo, fabbricazione o importazione di sostanze chimiche.

Funzioni
I singoli Helpdesk nazionali hanno il compito, da un lato, di assistere le imprese, in particolare le PMI, ad adempiere agli obblighi previsti dal Regolamento REACH e supportarli nella corretta interpretazione dei documenti di orientamento pratici forniti dall'Agenzia Europeoa per le sostanze Chimiche e, dall'altro,  devono svolgere un'attività fondamentale di interfaccia con gli altri Helpdesk nazionali, con l'Agenzia ECHA e con i servizi competenti della Commissione europea per rispondere in maniera uniforme ai quesiti relativi alle responsabilità e agli obblighi ricadenti sui produttori, gli importatori, gli utilizzatori a valle e gli stakeholders coinvolti nell'attuazione del REACH.

 

Tutela dei consumatori

RAPEX

 Nell'ambito di un programma preliminare della Comunità economica europea per una politica di protezione e di informazione del consumatore, con decisione 2 marzo 1984, 84/133/CEE (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31984D0133:IT:HTML), il Consiglio ha introdotto nella allora Comunità europea il sistema RAPEX, uno strumento di notifica dei prodotti pericolosi, esclusi i prodotti alimentari, farmaceutici e medici.
Tale sistema permette il rapido scambio di informazioni fra gli Stati membri, tramite punti di contatto centrali dislocati negli Stati membri (in Italia: Div. XVI Sicurezza e conformità dei prodotti, Via Sallustiana 53, IT - 00 187 Roma, Tel. +39 06 47 05 25 94, +39 06 47 05 27 79, Fax +39 06 47 05 53 79, www.sviluppoeconomico.gov.it) e la Commissione europea, riguardanti misure adottate per prevenire o limitare la commercializzazione o l'utilizzo di prodotti che pongono a serio rischio la salute e la sicurezza dei consumatori.
Il 13 marzo 2007 la Commissione ha adottato una Strategia per la Politica dei Consumatori dell'UE 2007-2013. Tale strategia mira a definire le sfide, le priorità e le azioni della politica dei consumatori dell'UE per tale periodo.
Obiettivi principali della Strategia sono il rafforzamento del ruolo dei consumatori, il miglioramento del loro benessere e la loro effettiva protezione. Fra le priorità della strategia figurano le seguenti:
Aumentare la fiducia dei consumatori nel mercato interno - ciò contribuisce anche a un miglioramento della competitività .Rafforzare la posizione dei consumatori all'interno del mercato tramite l'educazione dei consumatori, il supporto alle organizzazioni dei consumatori e il coinvolgimento di questi ultimi nell'elaborazione delle politiche comunitarie.Assicurare che gli interessi dei consumatori siano presi in considerazione in tutte le politiche comunitarie.Integrare le politiche dei consumatori degli Stati membri.Raccogliere dati relativi ai consumatori al fine di supportare lo sviluppo di proposte legislative e altre iniziative.Assicurare un grado elevato di tutela dei consumatori, in particolare migliorando l'informazione, la consultazione e la rappresentanza degli interessi dei consumatori.assicurare un'applicazione efficace delle regole in materia di tutela dei consumatori, in particolare attraverso misure nel campo della cooperazione diretta a garantire l'osservanza delle norme dell'informazione, dell'educazione e dei mezzi di ricorso. Affinché tale strategia possa dare i migliori risultati e al fine di garantire il funzionamento del mercato interno è essenziale la cooperazione tra le autorità pubbliche responsabili dell'applicazione delle norme in materia di tutela dei consumatori e di sicurezza dei prodotti. A tal fine fra le azioni e gli strumenti adottati dalla Comunità per raggiungere gli obiettivi e le priorità individuate figura la sorveglianza del mercato e un sistema di allarme rapido.
Tale azione di sorveglianza risponde alla considerazione che, ove si constati che prodotti di consumo, commercializzati nella Comunità economica europea, possono mettere in pericolo la salute e la sicurezza delle persone in modo da rendere necessaria l'urgente applicazione di adeguate disposizioni, è opportuno poter procedere a livello dell'Unione a un rapido scambio di informazioni riguardanti tali prodotti e disporre a tale scopo di un sistema organizzato.
RAPEX copre sia le misure ordinate dalle autorità nazionali sia le misure adottate volontariamente dai produttori e dai distributori.
Ogni venerdì, la Commissione europea pubblica un resoconto settimanale dei prodotti pericolosi individuati dalle autorità nazionali (le notificazioni RAPEX). Tale resoconto settimanale fornisce tutte le informazioni relative al prodotto, i possibili rischi e le misure adottate dallo Stato che ha denunciato il prodotto rischioso.
Funzionamento del Sistema RAPEX:
Ogni qualvolta uno Stato membro individui sul proprio mercato un prodotto non sicuro (ad esempio, un giocattolo o un elettrodomestico), prima di tutto ordina alla sua autorità nazionale competente di adottare le misure opportune per eliminare il rischio per i consumatori ritirando il prodotto dal mercato, richiamandolo se i consumatori ne sono già in possesso o emettendo un avvertimento. Successivamente, il punto di contatto nazionale provvede a segnalare il prodotto pericoloso alla Commissione europea (Direzione Generale Salute e Tutela dei Consumatori) fornendo le informazioni sui rischi che comporta e le misure che lo Stato membro ha adottato. La Commissione diffonde a tutti gli Stati membri le informazioni ricevute da tutti i punti di contatto nazionali e redige il resoconto settimanale di cui sopra.
In questo modo il mercato europeo risulta monitorato in profondità poiché i punti di contatto nazionali, informati dalla Commissione della pericolosità di un prodotto, provvedono immediatamente a verificare se tale prodotto è presente sul proprio mercato ed adottano eventualmente tutti i provvedimenti opportuni per eliminare il rischio. Tale attività è supportata dal Centro Europeo Consumatori, che invita tutti i consumatori che abbiano dubbi circa la sicurezza e l'affidabilità di un prodotto venduto sul mercato a consultare il sito della Commissione per verificare la presenza di eventuali avvertimenti o provvedimenti a riguardo.
 

Link di consultazione:
http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31984D0133:IT:HTML
http://europa.eu/legislation_summaries/other/l32039_en.htm
http://ec.europa.eu/consumers/safety/rapex/index_en.htm
http://ec.europa.eu/consumers/strategy/index_en.htm

 

Proprietà intellettuale

Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (OMPI)

 
 L'Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (OMPI) è un'agenzia specializzata delle Nazioni Unite che mira a sviluppare un sistema internazionale di proprietà intellettuale (PI) equilibrato e accessibile, che riconosca e premi la creatività, che stimoli l'innovazione e contribuisca allo sviluppo economico nel rispetto dell'interesse generale.
L'OMPI è stata fondata dalla Convenzione OMPI nel 1967 con l'obiettivo stabilito degli Stati aderenti di promuovere la protezione della PI nel mondo attraverso la cooperazione fra Stati e in collaborazione con le organizzazioni internazionali.
L'Organizzazione si prefigge i seguenti 9 obiettivi strategici, adottati dagli Stati Membri nell'ambito della Revisione di Programma e Bilancio per il biennio 2008/2009:
-  Un'evoluzione equilibrata del quadro normativo internazionale per la PI
-  La previsione di un primo servizio globale di PI
-  Agevolare l'utilizzo della PI per lo sviluppo economico, sociale e culturaleCoordinare e sviluppare infrastrutture globali di 
   PI
-  Una fonte di riferimento mondiale per l'analisi e l'informazione in materia di PI
-  Cooperazione internazionale al fine di costruire il rispetto per la PI
-  Affrontare la PI in relazione alle questioni di politica mondiale
-  Creare un'interfaccia di comunicazione fra l'OMPI, i suo Stati Membri e tutti i portatori di interesse
-  Stabilire un'efficiente struttura amministrativa e finanziaria che consenta all'OMPI di realizzare i propri programmi
 
Tali obiettivi strategici forniscono il quadro per il Piano Strategico di Medio Termine (2010-2015) dell'OMPI.
Gli orientamenti strategici e le attività dell'OMPI sono individuati dagli Stati membri che, attualmente, sono 184, più del 90 % degli Stati di tutto il mondo.
L'OMPI è dotata di un apparato amministrativo, il Segretariato, che ha sede a Ginevra. Il personale è composto da individui che vengono da più di 90 paesi e include esperti delle diverse aree del diritto della proprietà intellettuale, specialisti in politiche pubbliche, economiche, amministrative e informatiche.
L'OMPI lavora in stretta connessione con le diverse associazioni di stakeholders e altre organizzazioni internazionali, intergovernative, non governative, rappresentative della società civile nonché composte da gruppi industriali. Attualmente circa 250 ONG e OIG dispongono di propri osservatori che partecipano agli incontri dell'OMPI.
Le varie divisioni del Segretariato sono responsabili del coordinamento degli incontri fra gli Stati membri e dell'applicazione delle loro decisioni; dell'amministrazione dei sistemi internazionali di registrazione delle proprietà intellettuali; dello sviluppo nonché esecuzione dei programmi individuati al fine di realizzare gli obiettivi che l'organizzazione di prefigge e, infine, di fornire ai membri dell'organizzazione l'assistenza degli esperti di proprietà intellettuale.
Per quanto riguarda gli obiettivi dell'OMPI, questi determinano le attività che l'Organizzazione deve mettere in atto. Con riferimento all'obiettivo di realizzare un'evoluzione equilibrata del quadro normativo internazionale per la PI, questo comporta azioni volte allo sviluppo di una normativa internazionale composta di convenzioni su brevetti, marchi, disegni industriali, indicazioni geografiche nonché diritti d'autore e diritti ad esso correlati.
In tale prospettiva, l'OMPI lavora altresì direttamente con gli Stati membri nell'intento di esplorare il settore della proprietà industriale con particolare riferimento alle aree della conoscenza delle tradizioni e delle culture.
Il secondo obiettivo strategico, ovvero la previsione di un primo servizio globale di PI, comprende la messa a disposizione di servizi a pagamento, basati su accordi internazionali, che consentono agli utilizzatori negli Stati membri di depositare domande internazionali per brevetti (Patent Cooperation Treaty) nonché di procedere alle registrazioni internazionali per marchi (Sistema di Madrid), disegni (sistema dell'Aia) e denominazioni d'origine (sistema di Lisbona).
L'OMPI amministra quattro sistemi di classificazione di proprietà intellettuale, che insieme compongono l'intera massa di informazioni relative a invenzioni, marchi, e disegni industriali, organizzata in strutture indicizzate, ovvero dotate di motori di ricerca che operano sulla base di parole chiave, che rendono i dati facilmente reperibili.
Ulteriore funzione cardine dell'OMPI è quella di agevolare l'utilizzo della PI per lo sviluppo economico. Al riguardo, l'Organizzazione conduce diversi programmi volti a incentivare l'effettivo utilizzo dei sistemi di proprietà intellettuale da parte dei paesi in via di sviluppo al fine di promuovere lo sviluppo economico, sociale e culturale. Tali programmi includono l'assistenza tecnica in supporto alle iniziative degli Stati membri al fine di migliorare i loro quadri normativi, istituzionali e di risorse umane.
Ancora, obiettivo base dell'OMPI è quello di promuovere la migliore conoscenza della proprietà intellettuale. Al riguardo l'OMPI rende disponibili numerosi materiali di divulgazione pubblica volti a incoraggiare e stimolare la creatività e l'innovazione e, soprattutto, a far comprendere come proteggere e come beneficiare dei diritti di proprietà intellettuale.
 

 

Per informazioni, consulta il sito:
http://www.wipo.int/portal/index.html.en

 

Proprietà intellettuale

Ufficio per l'armonizzazione del mercato interno (UAMI)

Sulla base del rispetto dei principi fondamentali del mercato interno (libera circolazione delle merci e dei servizi e libera concorrenza), nell'intento di salvaguardare i diritti di proprietà intellettuale nel proprio territorio, l'Unione europea ha costruito un sistema basato in particolare sull'uniformità dei diritti di proprietà intellettuale su scala europea.
A tal fine, l'Unione europea si è dotata di due importanti enti: l'Ufficio per l'armonizzazione nel mercato interno (UAMI), incaricato della registrazione dei marchi comunitari e dei disegni o modelli comunitari, e l'Ufficio europeo dei brevetti (UEB).
L'UAMI è l'agenzia dell'Unione europea competente per la registrazione di marchi, disegni e modelli che consente di proteggere i marchi, disegni e modelli su tutto il territorio dell'Unione europea.
Nella gestione dei sistemi di registrazione del marchio comunitario e del disegno e modello comunitario, l'Ufficio svolge le procedure d'esame, di registrazione, d'opposizione e di nullità/decadenza dei marchi comunitari, nonché le procedure d'esame, di registrazione e di nullità dei disegni e modelli comunitari registrati. A tal fine l'Ufficio tiene un registro pubblico di questi diritti e procedimenti e ha il compito di emettere decisioni relative a richieste di dichiarazione di nullità o decadenza di diritti registrati
Qualsiasi parte può presentare ricorso dinanzi alle Commissioni di ricorso dell'Ufficio nei confronti di qualsiasi decisione che ritenga lesiva dei suoi interessi.
Nell'intento di promuovere la convergenza fra i vari enti che si occupano di proprietà intellettuale, l'Ufficio collabora nelle attività di cooperazione e armonizzazione con gli uffici nazionali dell'UE, nonché con i più importanti uffici per la proprietà intellettuale al di fuori dell'UE, fra cui, in particolare, l'OMPI. Inoltre, mantiene stretti contatti con le più importanti organizzazioni di utenti, molte delle quali hanno status di osservatore presso gli organi di amministrazione dell'Ufficio.
Da un punto di vista organizzativo, l'UAMI opera sotto la supervisione della Commissione europea, ma è dotata di autonomia legale, amministrativa e finanziaria. Il Consiglio dei ministri decide in merito alla nomina del Presidente, del Vicepresidente e dei presidenti delle Commissioni di ricorso. Il Presidente è responsabile per la gestione dell'Ufficio ed è coadiuvato da un Consiglio di amministrazione e da un Comitato del bilancio, ciascuno dei quali è composto da un rappresentante di ogni Stato membro e da un rappresentante della Commissione europea.
Per quanto riguarda l'Ufficio europeo dei brevetti (UEB), esso appartiene all'Organizzazione europea dei brevetti, un'organizzazione intergovernativa fondata nel 1977 sulla base della Convenzione europea sui brevetti del 1973. Tale organizzazione è composta di due organi, l'Ufficio europeo dei brevetti e il Consiglio Amministrativo, che si occupa della supervisione delle attività dell'Ufficio. Attualmente, dell'Organizzazione fanno parte 38 Stati membri.
L'Ufficio europei dei brevetti si occupa di consentire un deposito uniforme per i singoli inventori e per le imprese, garantito in oltre 40 Stati europei. Obiettivo principale dell'Ufficio é quello di supportare l'innovazione, la competitività e la crescita economica in tutta L'Unione europea attraverso un impegno volto all'alta qualità ed efficienza nei servizi resi ai sensi della Convenzione europea sui brevetti. L'attività principale dell'Ufficio consiste nell'esaminare le richieste di registrazione dei brevetti e nel rilascio del brevetto europeo. Le altre attività sono ancillari a questa principale e consistono nel rendere informazioni e servizi di formazione relativi ai brevetti e alle procedure di conformità nonché di rilascio.
 

Fonti:
visita i seguenti siti web:
http://www.epo.org/about-us/office.html
http://oami.europa.eu/ows/rw/pages/index.it.do

 

Unione doganale

Ostacoli tecnici agli scambi

 
Al fine di definire cosa si intende per "ostacoli tecnici agli scambi" occorre innanzi tutto introdurre e precisare la nozione di "norme tecniche". Queste sono disposizioni normative elaborate dagli Stati, da enti pubblici, ovvero da organismi privati, che indicano la composizione, le caratteristiche, le modalità di utilizzo, i segni distintivi, nonché i sistemi, la natura e il valore dei controlli sui prodotti che vengono commercializzati ed utilizzati sul territorio nazionale.
La maggior parte di queste norme sono giustificate da motivi di interesse pubblico quali la salvaguardia della salute, la tutela dell'ambiente, la sicurezza, la protezione del consumatore, il miglioramento della qualità della vita, la tutela dei lavoratori ecc..
Sebbene questi siano gli obiettivi che generalmente spingono le autorità nazionali ad adottare norme tecniche, è anche possibile che le stesse autorità rendano tali norme talmente complesse e difficili da osservare da rendere le importazioni obiettivamente difficili. E' pertanto possibile che tali norme vengano strumentalizzate per ridurre le importazioni, perseguendo dunque politiche protezionistiche.
Tenuto conto di quanto precede, nell'ambito dell'Uruguay Round è stato adottato l'Accordo sugli Ostacoli Tecnici agli Scambi,.
L'Accordo, pur riconoscendo espressamente che un paese ha diritto di adottare tutte le misure necessarie ad assicurare la qualità delle sue esportazioni, la tutela della salute o della vita delle persone e degli animali, nonché la preservazione dei vegetali, la protezione dell'ambiente o la prevenzione di pratiche ingannevoli, mira ad assicurare che le norme tecniche, l'applicazione di standard e le certificazioni che questi sono legittimati ad adottare e a far osservare per garantire i detti diritti non comportino inutili ostacoli agli scambi.
Infatti, nel caso in cui la normativa tecnica vigente sul territorio dove deve essere commercializzato o utilizzato il prodotto sia differente da quella vigente sul territorio dove è stato costruito, si può determinare una restrizione dissimulata al commercio internazionale, in quanto l'importazione o viene resa impossibile di fatto, o si dimostra più difficile ed onerosa per i prodotti stranieri privi delle caratteristiche richieste.
Si configurano così gli "ostacoli tecnici" agli scambi che, data la vasta produzione di normative tecniche in svariati settori produttivi, sono sempre più diffusi e più difficili da eliminare in quanto meno facilmente riconoscibili e identificabili rispetto alle barriere tariffarie).
Si possono considerare ostacoli tecnici quelli che derivano dalla disparità normativa esistente tra diversi ordinamenti giuridici nazionali o ambiti di competenza normativa di enti o organismi che si occupano di disciplinare, esemplificatamene, requisiti tecnici, qualitativi e quantitativi di determinati prodotti, le loro caratteristiche costruttive e funzionali nonché, in generale, i segni distintivi che ad essi si riferiscono.
Un'ulteriore forma di ostacolo al commercio internazionale può derivare dai sistemi di certificazione, cioè dalle modalità con cui vengono effettuati i controlli per verificare che i prodotti corrispondano effettivamente alle prescrizioni vigenti. I controlli sono normalmente effettuati dalle autorità dello Stato ove viene importato il prodotto. In questo caso la questione non si riferisce soltanto alla disparità normativa e all'esigenza di eliminare le conseguenze ostacolanti che da questa possono derivare, ma si tratta anche di facilitare la possibilità di accesso ai sistemi di certificazione, di eliminare eventuali discriminazioni e, soprattutto, eventuali complicazioni eccessive, lungaggini burocratiche e carenze di natura tecnico-amministrativa.
Occorre inoltre sottolineare che la disparità normativa può risultare anche dal grado di efficacia delle normative prese in considerazione, alcune essendo cogenti, altre che stabiliscono presunzioni di conformità del prodotto e altre che hanno mero valore consensuale e vincolano soltanto i soggetti che le hanno implicitamente od esplicitamente accettate.
Da un punto di vista giuridico la distinzione è rilevante in quanto, ad esempio, norme non vincolanti costituiscono un ostacolo indubbiamente minore agli scambi internazionali
Pertanto, nell'ambito dell'Accordo sugli Ostacoli Tecnici agli Scambi, gli Stati firmatari si impegnano a fare in modo che i regolamenti tecnici e le norme specifiche non vengano elaborati, adottati od applicati in modo da creare ostacoli al commercio internazionale. Identici obblighi sussistono per quanto riguarda l'elaborazione ed applicazione dei sistemi di certificazione.
Al riguardo, l'elaborazione di sistemi di certificazione da parte di organismi internazionali con recepimento successivo da parte degli Stati viene considerato un utile mezzo per evitare che le regole tecniche e le norme siano utilizzate a fini protezionistici ponendo ingiustificati ostacoli agli scambi internazionali, in quanto le norme tecniche nazionali che si conformano agli standard internazionali vengono presunte conformi all'OMC.
La più nota normativa elaborata da organismi internazionali è quella dell'ISO (International Organization for Standardisation), espressamente richiamato dall'Accordo sugli ostacoli tecnici agli scambi.
Occorre inoltre sottolineare un'altra caratteristica principale dell'accordo, che consiste nel fatto che questo, pur indirizzandosi agli Stati, in realtà tende ad eliminare, o quanto meno ad attenuare, gli ostacoli tecnici che possono porre limitazioni artificiose al commercio internazionale emanati anche da enti pubblici locali, da organismi non governativi o da organizzazioni internazionali a carattere regionale. Infatti, le parti sono tenute a prendere ogni ragionevole misura in loro potere per indurre i citati organismi ad adeguarsi agli obblighi previsti dall'accordo.
 
Fonti:
 
Andrea Comba, Il neo liberismo internazionale, Giuffré, 1995.
P. Picone - A. Ligustro, Diritto dell'Organizzazione mondiale del commercio, Cedam, 2002.
 
 Siti Internet di consultazione
 

http://europa.eu/legislation_summaries/external_trade/r11010_it.htm
http://europa.eu/legislation_summaries/internal_market/single_market_for_goods/free_movement_goods_general_framework/l11042_it.htm
 
 http://ec.europa.eu/enterprise/tbt/index.cfm?fuseaction=Presentation.viewPresentation&dspLang=EN

 

Unione doganale

Contingenti quantitativi

 In generale nell'ambito della politica commerciale, per contingente quantitativo si intende qualsiasi quantità massima di merce importabile (contingente di importazione) o esportabile (contingente di esportazione) in e da un paese.
Con il regolamento (CEE) n. 1023/70 del Consiglio, del 25 maggio 1970, la Comunità si era dotata di una procedura di gestione comune dei contingenti quantitativi basata sul principio della ripartizione dei contingenti tra gli Stati membri. Ciò poteva implicare, per i prodotti in questione, la divisione del mercato comunitario e controlli alle frontiere interne.
Con l'instaurazione, dal 1°gennaio 1993, di un mercato interno e, di conseguenza, di uno spazio senza frontiere interne nel quale è assicurata la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali, è divenuto necessario ed opportuno instaurare un nuovo sistema di gestione dei contingenti quantitativi rispondente agli obiettivi del mercato unico europeo e basato sul principio dell'uniformità della politica commerciale comune.
A tal fine, occorre fare riferimento al regolamento (CE) n. 717/2008 del Consiglio 17 luglio 2008, relativo all'instaurazione di un sistema comunitario di gestione dei contingenti quantitativi basato sul principio dell'uniformità della politica commerciale comune e sul rispetto della libera circolazione delle merci.
Tale regolamento definisce le disposizioni relative alla gestione dei contingenti quantitativi all'importazione o all'esportazione che la Commissione ha fissato in via autonoma (atti unilaterali dell'UE) o convenzionale (atti convenzionali, ovvero gli accordi internazionali tra l'UE, da una parte, e un paese terzo o un'organizzazione terza, dall'altra; gli accordi tra Stati membri nonché gli accordi interistituzionali, ossia tra le istituzioni dell'Unione europea) per un determinato periodo.
Ai sensi dell'art. 2 del regolamento i contingenti sono ripartiti tra i richiedenti mediante l'applicazione di uno dei metodi contemplati dallo stesso articolo o una combinazione degli stessi. Si tratta del metodo basato sulla presa in considerazione delle correnti commerciali tradizionali, del metodo basato sull'ordine cronologico di presentazione delle domande o, infine, del metodo di ripartizione in proporzione ai quantitativi richiesti al momento della presentazione delle domande.
Come si evince dall'art. 2, n. 2, lett. a), del regolamento, secondo il metodo basato sulla presa in considerazione delle correnti commerciali tradizionali, una parte del contingente è riservata in via prioritaria agli importatori o esportatori tradizionali. Il resto è assegnato agli altri importatori o esportatori. Sono considerati importatori o esportatori tradizionali quelli che possono dimostrare di aver effettuato importazioni nella Comunità o esportazioni dalla medesima del o dei prodotti oggetto del contingente nel corso di un periodo precedente detto periodo di riferimento.
La ripartizione della parte del contingente destinata agli importatori o esportatori non tradizionali viene effettuata sulla base dell'ordine cronologico di presentazione delle domande.
Come emerge dall'art. 2, n. 2, lett. b), del regolamento, il metodo basato sull'ordine cronologico di presentazione delle domande sancisce il principio del "primo arrivato". La Commissione determina, dunque, il quantitativo che ciascun operatore può ricevere fino a esaurimento del contingente. Tale quantitativo, uguale per tutti, viene determinato in funzione del prodotto per garantirne l'interesse a livello economico. Il beneficiario di una licenza di importazione o di esportazione può presentare una nuova domanda di licenza quando abbia effettivamente utilizzato la sua parte del contingente.
Come si evince dall'art. 2, n. 2, lett. c), del regolamento, secondo il metodo di ripartizione dei contingenti proporzionalmente ai quantitativi richiesti, le autorità competenti degli Stati membri comunicano alla Commissione le informazioni relative alle domande di licenze da esse ricevute. Tali informazioni comprendono l'indicazione del numero di richiedenti e il volume complessivo dei quantitativi richiesti. Dopo aver esaminato dette informazioni la Commissione determina il quantitativo del contingente, o delle sue frazioni, per il quale le suddette autorità devono rilasciare le licenze di importazione o di esportazione.
Quando i quantitativi richiesti non superano il volume del contingente, le domande vengono soddisfatte nella loro integralità. In caso contrario, esse sono soddisfatte proporzionalmente ai quantitativi richiesti.
La gestione dei contingenti all'importazione o all'esportazione poggia su un sistema di licenze rilasciate dagli Stati membri conformemente ai criteri quantitativi stabiliti a livello comunitario. Di conseguenza, l'immissione in libera pratica o l'esportazione di prodotti oggetto di contingente è subordinata alla presentazione di tali licenze di importazione o esportazione.
La Commissione pubblica nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea un avviso di apertura dei contingenti precisando il metodo di ripartizione scelto, le condizioni di ammissibilità delle domande di licenze, i termini per la presentazione delle domande e l'elenco delle autorità nazionali competenti alle quali esse devono essere indirizzate.
 

Settore Tessile:
Dall'undicesimo 'considerando' del regolamento (CE) n. 717/2008 risulta che i tessili sono prodotti che non rientrano nell'ambito di applicazione del detto regolamento.
In tale materia, il settore tessile è disciplinato, in generale, dal regolamento (CE) n. 517/94 del Consiglio del 7 marzo 1994 che concerne il regime comune applicabile alle importazioni di prodotti tessili da taluni paesi terzi, non contemplato da accordi bilaterali, da protocolli o da altre disposizioni né da altro regime comunitario specifico in materia di importazioni.
L'ambito di applicazione di tale regolamento comprende le importazioni dei prodotti tessili della sezione XI della Nomenclatura combinata e degli altri prodotti tessili elencati nell'allegato I, originari di paesi terzi e non contemplati da accordi bilaterali, da protocolli o da altre disposizioni, né da altro regime comunitario specifico in materia di importazioni.
Per consultare il regolamento, clicca qui.
Documenti di riferimento e link utili:
 

Regolamento 520/94:
http://eur-lex.europa.eu/Notice.do?val=302311:cs〈=it&list=273343:cs,255292:cs,250825:cs,250918:cs,256194:cs,256170:cs,240904:cs,302303:cs,302311:cs,&pos=9&page=5&nbl=49&pgs=10&hwords=sistema%20di%20gestione%20dei%20contingenti~&checktexte=checkbox&visu=#texte
 

Regolamento 738/94
http://eur-lex.europa.eu/Notice.do?val=302386:cs〈=it&list=302386:cs,&pos=1&page=1&nbl=1&pgs=10&hwords=&checktexte=checkbox&visu=#texte
 

Regolamento 806/2003
 

Codice doganale comunitario
 

Regolamento 517/94
http://ec.europa.eu/taxation_customs/dds/qotqot_it.htm
 

http://eur-lex.europa.eu/Notice.do?val=500713:cs〈=it&list=506549:cs,506091:cs,504854:cs,503546:cs,502151:cs,500713:cs,487056:cs,483118:cs,475373:cs,459367:cs,&pos=6&page=1&nbl=49&pgs=10&hwords=sistema%20di%20gestione%20dei%20contingenti~&checktexte=checkbox&visu=#texte
 

http://eur-lex.europa.eu/smartapi/cgi/sga_doc?smartapi!celexplus!prod!DocNumber&lg=it&type_doc=Regulation&an_doc=1996&nu_doc=138
 

http://eur-lex.europa.eu/Notice.do?val=475373:cs〈=it&list=506549:cs,506091:cs,504854:cs,503546:cs,502151:cs,500713:cs,487056:cs,483118:cs,475373:cs,459367:cs,&pos=9&page=1&nbl=49&pgs=10&hwords=sistema%20di%20gestione%20dei%20contingenti~&checktexte=checkbox&visu=#texte
 

http://eur-lex.europa.eu/Notice.do?val=285114:cs〈=it&list=285481:cs,285281:cs,285218:cs,285114:cs,278493:cs,278494:cs,278477:cs,278466:cs,278435:cs,278437:cs,&pos=4&page=4&nbl=49&pgs=10&hwords=sistema%20di%20gestione%20dei%20contingenti~&checktexte=checkbox&visu=#texte
 

http://eur-lex.europa.eu/Notice.do?val=302311:cs〈=it&list=273343:cs,255292:cs,250825:cs,250918:cs,256194:cs,256170:cs,240904:cs,302303:cs,302311:cs,&pos=9&page=5&nbl=49&pgs=10&hwords=sistema%20di%20gestione%20dei%20contingenti~&checktexte=checkbox&visu=#texte

 

Unione doganale

Misure anti-dumping

 L'abolizione progressiva delle restrizioni agli scambi e la riduzione delle barriere tariffarie rappresentano uno degli obiettivi principali di tutti gli Stati che ambiscono allo sviluppo del commercio mondiale. Tuttavia, tale liberalizzazione dei mercati presuppone la necessità di prevedere meccanismi che consentano di assicurare il rispetto delle regole volte alla corretta concorrenza tra imprese che operano nel commercio internazionale. A tal fine, in particolari condizioni, possono essere ammesse talune misure protezionistiche.
Le misure antidumping sono una forma di "protezione amministrata" e rappresentano quindi uno di questi meccanismi.
La materia del dumping e delle misure anti-dumping rientra nella disciplina degli ostacoli non tariffari al commercio trattata in ambito dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Il dumping e le misure anti-dumping sono regolate dall'art. VI del GATT 1994.
 

La nozione di "dumping"
Ai sensi dell'articolo VI del Gatt 1994 per dumping si intende la situazione in cui i prodotti di un paese sono immessi nel commercio di un altro paese a un valore inferiore rispetto a quello normale. Ai fini dello stesso articolo, per prodotto introdotto nel commercio dello Stato importatore a meno del suo valore normale, si intende il prodotto esportato il cui prezzo è inferiore al prezzo comparabile praticato nel corso di operazioni commerciali normali per un prodotto similare, destinato al consumo nel paese esportatore o, in assenza di tale prezzo interno di riferimento, inferiore al prezzo comparabile più elevato per l'esportazione di un prodotto similare verso un paese terzo nel corso di normali operazioni commerciali o, ancora, inferiore al costo di produzione di tale prodotto nel paese d'origine, più un margine ragionevole per costi di commercializzazione e per l'utile.
Il dumping è dunque una discriminazione internazionale dei prezzi che si differenzia dalle semplici pratiche di vendita a basso costo dovute a minori costi o ad una maggiore produttività.
 

Misure antidumping
Ai sensi dell'art. VI del GATT 1994, n. 1, le Parti Contraenti riconoscono l'opportunità di condannare le pratiche di dumping laddove queste causino o minaccino di causare un pregiudizio importante ad un'industria di una parte contraente o laddove comporti un ritardo sensibile nella creazione di un'industria nazionale. Al fine di neutralizzare o impedire il dumping, il n. 2 dello stesso articolo attribuisce alle Parti Contraenti il diritto di percepire, su qualsiasi prodotto oggetto di dumping, un dazio antidumping non eccedente il margine di dumping relativo allo stesso prodotto.  
L'art. VI prende in considerazione unicamente il dumping sui prezzi, inteso come l'"introduzione dei prodotti di un Paese sul mercato di un altro Paese ad un prezzo inferiore al loro valore normale". Tale pratica non è di per sé vietata da un punto di vista teorico, tuttavia, laddove causi o minacci di causare un pregiudizio importante per una produzione in atto di una parte contraente o se ritarda sensibilmente la creazione di un'industria nazionale, può essere condannata tramite la concessione del diritto di applicare dazi antidumping.
Ai fini dell'effettiva applicazione dell'art. VI del GATT 1994, nell'ambito dell'Uruguay Round è stato varato l'Accordo relativo all'applicazione dell'articolo VI del GATT 1994.
Tale Accordo riprende e definisce gli elementi costitutivi del dumping condannabile ai sensi dell'art. VI del GATT 1994, ovvero l'esistenza del dumping, il pregiudizio per l'industria nazionale del Paese importatore e il nesso di causalità tra le importazioni in dumping e tale pregiudizio.
L'art. 2 dell'Accordo precisa i criteri volti a determinare l'esistenza del dumping e del suo ammontare, il cosiddetto "margine di dumping". Questo accertamento avviene attraverso tre fasi, la determinazione del valore normale del prodotto considerato, la determinazione del prezzo d'esportazione e, infine, la comparazione tra valore normale e prezzo d'esportazione.
A sua volta, l'art. 3 dell'Accordo precisa, da una parte, i criteri per la determinazione del pregiudizio, che, conformemente all'art. VI del GATT, comprende sia il pregiudizio grave, sia il rischio di un pregiudizio grave, sia ancora il sensibile ritardo nella creazione di una industria nazionale, e, dall'altra, i criteri per l'accertamento dell'esistenza del nesso causale che deve intercorrere tra le importazioni oggetto di dumping e il pregiudizio, attuale o potenziale, arrecato all'industria nazionale.
Con tale Accordo vengono inoltre specificate le norme relative alla procedura di apertura e svolgimento successivo delle inchieste, compresi gli aspetti inerenti all'accertamento e all'esame dei fatti, l'istituzione di misure provvisorie e l'imposizione e la riscossione dei dazi antidumping, la durata e il riesame delle misure antidumping, la divulgazione delle informazioni relative alle inchieste antidumping nonché il ruolo dell'Organo di risoluzione controversie dell'OMC.
 

Unione europea
Le norme di cui all'Accordo relativo all'applicazione dell'art. VI del GATT 1994 sono recepite all'interno dell'ordinamento dell'Unione europea con il regolamento  (CE) del Consiglio 30 novembre 2009, n. 1225, relativo alla difesa contro le importazioni oggetto di dumping da parte di paesi non membri della (allora) Comunità europea.
Tale regolamento prevede un procedimento secondo il quale, in caso di accertamento dell'esistenza di un comportamento di dumping, vengono applicati dei dazi all'importazione che hanno lo scopo di far aumentare il prezzo finale del bene importato fino al livello dei prezzi applicati nel mercato d'origine.
La procedura antidumping risponde all'obiettivo di proteggere il mercato comunitario dai danni derivanti da importazioni di beni offerti a prezzi inferiori rispetto a quelli applicati sui medesimi beni sul mercato d'origine.
Ai sensi dell'art. 1 del regolamento antidumping citato, un dazio antidumping può essere imposto su qualsiasi prodotto oggetto di dumping la cui immissione in libera pratica nell'Unione causi un pregiudizio. Ai sensi dell'art. 3, ai fini del regolamento in oggetto, per pregiudizio s'intende un pregiudizio notevole, la minaccia di un pregiudizio materiale a danno dell'industria comunitaria, oppure un grave ritardo nella creazione di tale industria. Un prodotto è considerato oggetto di dumping quando il suo prezzo all'esportazione nell'Unione europea è inferiore ad un prezzo comparabile del prodotto simile, applicato nel paese esportatore nell'ambito di normali operazioni commerciali.
Affinché i dazi antidumping possano essere applicati è necessario l'accertamento delle seguenti condizioni:
-                     l'esistenza del dumping
-                     l'esistenza del pregiudizio
-                     il nesso di causalità tra le importazioni oggetto di accusa e il pregiudizio
-                     l'esistenza dell'interesse dell'Unione
Inoltre, occorre che il pregiudizio sia accertato su prove positive e seguendo un esame obiettivo che prenda in considerazione il volume delle importazioni oggetto di dumping e dei loro effetti sui prezzi dei prodotti simili sul mercato comunitario nonché dell'incidenza di tali importazioni sull'industria dell'Unione europea.
Ai sensi dell'art. 21 del regolamento antidumping, per decidere se sia necessario intervenire nell'interesse dell'Unione vengono valutati i diversi interessi nel loro complesso, compresi quelli dell'industria comunitaria, degli utenti e dei consumatori. In particolare, viene presa in considerazione l'esigenza di eliminare gli effetti del dumping in termini di distorsioni degli scambi e di ripristinare una concorrenza effettiva e i costi che a tal fine sono necessari.
L'inchiesta per determinare l'esistenza, il grado e l'effetto delle asserite pratiche di dumping è aperta in seguito ad una denuncia scritta presentata da qualsiasi persona fisica o giuridica, nonché da qualsiasi associazione non avente personalità giuridica, che agisce per conto dell'industria europea. Tale denuncia è presentata alla Commissione o a uno Stato membro che, a sua volta, la fa pervenire alla Commissione. Questa deve contenere, tra l'altro, elementi di prova relativi all'esistenza delle tre condizioni di cui sopra.
La denuncia si considera presentata dall'industria comunitaria o per suo conto se è sostenuta dai produttori comunitari che, complessivamente, realizzano oltre il 50% della produzione totale del prodotto simile attribuibile a quella parte dell'industria comunitaria che ha espresso sostegno od opposizione alla denuncia. L'inchiesta non può tuttavia essere aperta se i produttori comunitari che hanno espresso un chiaro sostegno alla denuncia realizzano meno del 25% della produzione totale del prodotto simile.
La procedura si chiude normalmente in un anno dal suo inizio e, in ogni caso, entro 15 mesi.
Dopo 60 giorni dall'inizio della procedura, possono essere imposti dazi provvisori. I dazi definitivi vengono decisi dal Consiglio dei ministri dell'Unione europea, su proposta della Commissione e dietro consultazione con gli Stati membri. I dazi antidumping provvisori o definitivi sono imposti con regolamento e sono riscossi dagli Stati membri secondo la forma, l'aliquota e gli altri elementi fissati nel regolamento istitutivo.
Ai sensi dell'art. 11 del regolamento 1225/2009, rubricato "Durata, riesami e restituzioni", le misure antidumping restano in vigore per il tempo e nella misura necessari per agire contro il dumping arrecante pregiudizio.
Le misure antidumping definitive scadono dopo cinque anni dalla data in cui sono state istituite oppure dopo cinque anni dalla data della conclusione dell'ultimo riesame relativo al dumping e al pregiudizio, salvo che nel corso di un riesame non sia stabilito che la scadenza di dette misure implica il rischio del persistere o della reiterazione del dumping e del pregiudizio. Il riesame in previsione della scadenza è avviato per iniziativa della Commissione oppure su domanda dei produttori comunitari o dei loro rappresentanti e le misure restano in vigore in attesa dell'esito del riesame.

Documenti di riferimento e link rilevanti:
Regolamento 461/04 
Regolamento 384 del 22 dicembre 1996 (il c.d. "regolamento base"), Regolamento 461 dell' 8 marzo 2004.
Guida alla compilazione di una denuncia antidumping
Regolamento 1972 del 5 novembre 2002.
Regolamento 1225/2009
http://www.wto.org/english/docs_e/legal_e/19-adp_01_e.htm
 

  1. Metodo risoluzione controversie OMC
  2. OLAF
  3. Competenze dell'Unione in politica commerciale
  4. Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG)
  5. Ecolabel
  6. REACH
  7. Rapex
  8. OMPI
  9. UAMI
  10. Ostacoli tecnici agli scambi
  11. Contingenti tariffari
  12. Misure anti-dumping