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I cinque finalisti dell'edizione 2010

 

Luisa Pogliana
Donne senza guscio
Guerini e Associati
 

 
Copertina del libro "Donne senza guscio"

L'opera
Soddisfazioni e rabbia, crescita e ostacoli affrontati giorno per giorno, lavorando come donna e come dirigente in una grande azienda. Di qui, dalla personale esperienza, il desiderio di scrivere, di raccontare. Ne è nata una ricerca, che ha coinvolto trenta donne manager. Intense testimonianze autobiografiche portano alla luce la realtà quotidiana di queste donne: il non detto, le barriere occulte, la cultura diffusa che penalizza. Ma anche l'ironia, la determinazione e l'intelligenza con cui superano le difficoltà, mostrando vie praticabili nonostante contesti sfavorevoli e ingiusti. Donne in carriera? Il loro punto di vista è differente: non carriera, ma percorso. La carriera non è che un pezzo di una vita intera, dove lavoro e affetti appartengono a un unico armonico insieme. Emerge così un approccio femminile al management. Misconosciuto, faticoso ma efficace. Senza guscio, direbbero gli Yamana, indios della Terra del Fuoco, come il granchio nello stato vulnerabile in cui, persa la vecchia corazza, non dispone ancora della nuova. "Donne senza guscio", perché entrano in azienda senza la protezione di un'appartenenza consolidata. Perché si espongono senza difendersi dentro la corazza del ruolo. E perché accettano il rischio implicito nell'abbandonare gusci a loro inadatti, in cerca, anche nel lavoro, di una vita a loro misura. Nel confronto tra donne si scopre ciò che accomuna, si aprono possibilità di risposte non individuali e non isolate, si supera la sensazione di inadeguatezza. E si rafforza la fiducia si poter affermare un proprio diverso modo di essere manager, qui e ora. 
 
L'autore
 Ha iniziato l'attività nella ricerca psico-sociologica (pubblicando Sud amaro, con Gianni Pellicciari, e Doppia faccia. Società, maternità e aborto con Laura Frontori). Ha fondato la rivista Sebben che siamo donne. E'  stata per molti anni Direttore Ricerche di Mercato del gruppo Mondadori, con cui collabora sui mercati internazionali. Ha svolto ruoli in enti internazionali e nella European Commission per studi strategici. Svolge ora attività relative al management femminile: ricerche, pubblicazioni e formazione. Con la sua nipotina Beatrice Ferri, ha scritto un libro sull'eccentricità, I Cronopios (2005, www.icronopios.it);  per Resistenza Umana, con Giovanna Galletti e Gianna Mazzini, Abbracciare l'orso. Storie di affetti e sentimenti nel lavoro (2008). 

 
Le motivazioni della giuria 
 Il percorso di ricerca di Luisa Pogliana nel suo lavoro Donne senza guscio, si riassume in modo esemplare in un semplice, doloroso assioma: mentre un uomo "deve" far carriera, una donna "sceglie" di farla. E se la scelta, in sé, dovrebbe rappresentare un'opzione a suo favore, diventa invece rinuncia, sacrificio, sconfitta familiare, quando il lavoro impone un impegno totale a senso unico. La carriera si può ottenere - spesso con salti mortali e compromessi dai quali i maschi sono esentati - ma il prezzo da pagare è alto, spesso spietato. Gli ostacoli si chiamano figli, marito, famiglia, aspetti di una quotidianità a cui si deve rinunciare per accettare i doveri incalzanti della carriera.
Nel suo libro-inchiesta la Pogliana mette a confronto esperienze diverse, quelle di trenta donne manager, che raccontano la loro storia in un altalenarsi di scoraggianti luoghi comuni in cui emerge il maschilismo ancora imperante negli ambienti di lavoro. Le richieste eccessive, i sacrifici, le acrobazie psicologiche, le tensioni e i compromessi: una doppia vita quotidiana in cui le donne devono fingersi "altro" per non essere calpestate  o ridimensionate. E i passi da fare, per giungere a un normale equilibrio di valori, sono ancora tanti, anche in una società dove le richieste non hanno sesso.
 
Sergio Pent

 
 

 

Serge Latouche
L'invenzione dell'economia
Bollati Boringhieri

 
Copertina del libro "L'invenzione dell'economia"

L'opera
Dall'autore del Breve trattato sulla decrescita serena, ecco un saggio di interrogazione radicale sul terreno di una delle «invenzioni» cruciali della modernità. Come si è formato il nostro «immaginario economico», la nostra visione economica del mondo? Perché oggi vediamo il mondo attraverso i prismi dell'utilità, del lavoro, della concorrenza, della crescita illimitata? Che cosa ha portato l'Occidente a inventare il valore produttività, il valore denaro, il valore competizione, e a costruire un mondo in cui nulla  ha più valore, e tutto ha un prezzo? Serge Latouche ritorna qui alle origini di questa economia che i primi economisti definivano la «scienza sinistra», e articolando la sua argomentazione in prospettiva storico-filosofica, mostra come si è plasmata la nostra ossessione utilitarista e quantitativa, e ci permette così non solo di gettare uno sguardo nuovo sul nostro mondo, ma soprattutto di affrontarne la sfida sul piano di valori davvero fondamentali come libertà, giustizia, equità.

L'autore
Serge Latouche, professore emerito di scienze economiche all'Università di Paris-Sud, è specialista dei rapporti economici e culturali Nord-Sud e dell'epistemologia delle scienze sociali. Per le nostre edizioni ha pubblicato L'occidentalizzazione del mondo (1992). Il pianeta dei naufraghi (1992), La Megamacchina (1995), L'altra Africa (1997 e 2000), La sfida di Minerva (2000), Giustizia senza limiti (2003), il ritorno dell'etnocentrismo (2003), Come sopravvivere allo sviluppo (2005), Breve trattato sulla decrescita serena (2008) e, con Enzo Barnabà, Sortilegi.. Racconti africani (2008)

Le motivazioni della giuria 
 La crisi economico-finanziaria che si è manifestata sul finire del 2008 ha sollevato una serie rilevante di problemi, tra i quali emerge quello relativo all'assenza pressoché totale di segnali della sua imminente manifestazione da parte degli studiosi di economia. Persino la regina Elisabetta d'Inghilterra ha manifestato il suo disappunto sulla mancanza di comunicazione di segnali d'allarme relativi alla crisi da parte del mondo degli economisti accademici.
Serge Latouche sostiene nel suo volume che la ragione profonda di tale assenza degli economisti sta nell'autonomizzazione che l'economia ha acquisito dal sapere umano, a partire dalla pubblicazione della Ricchezza delle nazioni da parte di Adamo Smith il quale emancipava l'economia dalla morale, creando in quel modo un settore delle azioni umane, separato e autonomo, dove l'etica e le forme di socializzazione tradizionali risultavano inutili o nocive e che, nel suo ambito, gli uomini - perseguendo i loro interessi egoistici - lavoravano inconsapevolmente per il bene comune. L'autonomizzazione dell'economia realizzata da Smith aveva delle premesse storiche che l'Autore descrive dettagliatamente nei vari capitoli del suo libro, partendo da Aristotele per giungere a La Rochefoucauld, a De Mandeville, ai fisiocratici.
La conclusione a cui perviene è che l'ipertrofia della sfera economica, rispetto alle altre sfere della vita umana, ci ha portati alla onnimercificazione del mondo, nel senso che l'economia non solo si è emancipata dalla politica e dalla morale, ma le ha letteralmente fagocitate. Ma la perdita di referenze, cioè di contatti con il mondo reale, svuota di significato ogni sua indicazione.
L'Autore crede che stia nascendo nuovamente il tempo dei profeti che disegnino un mondo nuovo, fondato su basi radicalmente diverse che permettano "la costruzione di una società conviviale plurale, liberata dalla religione della crescita e dell'economia".

Claudio Bermond

 
 

 

Antonio Calabrò
Orgoglio industriale
Mondadori

 
Copertina del libro "Orgoglio industriale"

L'opera 
 Per molti anni abbiamo sentito parlare di "declino dell'industria" e di "primato dei servizi", come se le uniche risorse in grado di garantire un futuro all'Italia fossero offerte dalla finanza, dall'hi-tech, dal turismo o dalla genialità di qualche stilista: un Paese di moda, banche e grand hotel. Addio fabbriche, addio "anima meccanica" che ci aveva accompagnato negli anni del boom economico. Adesso, però, nel ciclone della più profonda crisi economica internazionale del dopoguerra, ci accorgiamo con sorpresa che, nonostante tutto, il punto di forza della nostra economia resta proprio la manifattura. Antonio Calabrò ci racconta con semplicità e chiarezza che l'Italia rimane un grande Paese industriale, il secondo d'Europa. E in un viaggio alla scoperta della parte più vitale dell'imprenditoria italiana, mette in luce dati, fatti e personaggi, spiegando come considerare con occhi nuovi un settore della nostra economia che tanto spesso è stato sottovalutato. L'industria media e medio-grande, protagonista del cosiddetto "quarto capitalismo", è un esercito di 4600 aziende all'avanguardia sul piano dell'innovazione, in grado di conquistare la leadership su tutti i mercati internazionali. Si tratta di imprese che creano occupazione e sviluppo, cardine di un tessuto produttivo diffuso di centinaia di migliaia di piccole aziende, dinamiche, spesso finanziariamente solide, aperte al mondo che cambia. Società snelle, flessibili, pronte a fare "industria su misura del cliente" come vere e proprie "sartorie" della manifattura, "multinazionali tascabili" nate e cresciute come "progetto di vita", talvolta dall'intuizione di un operaio intraprendente e geniale, e diventate nel tempo il principale motore di competitività per tutto il sistema Paese.
Rifiutando i facili ottimismi, Calabrò non perde mai di vista la grave crisi che stiamo attraversando. Ma ci mostra, in una prospettiva storica di grande respiro, che l'industria italiana è tornata di attualità. Anzi, più esattamente, non se ne è mai andata: ha solo cambiato forma, dimensioni e stile. E sa cogliere il segno dei tempi, investendo su qualità, ricerca, sostenibilità ambientale e sociale. Un'industria già dentro il cuore della green economy. Solo puntando davvero su questa cultura del "fare, e fare bene" troveremo la strada per uscire dalla tempesta degli anni bui.


L'autore
Antonio Calabrò è nato a Patti (Messina) nel 1950. Vive e lavora a Milano. È direttore Affari istituzionali e Relazioni esterne del gruppo Pirelli e amministratore delegato di Pirelli Cultura. Ha diretto l'agenzia di stampa Apcom ed è stato editorialista economico de «La 7». È stato inoltre direttore editoriale del gruppo «Il Sole-24 Ore» e vicedirettore del quotidiano. Ha lavorato a «la Repubblica», «Il Mondo» e «L'Ora» e ha diretto il settimanale «Lettera Finanziaria» e il mensile «Ventiquattro». Insegna all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Tra le sue pubblicazioni: Da via Stalingrado a Piazza Affari. Storia dell'Unipol (1988), La morte ha fatto cento (1996), Dissensi (2002), Agnelli, una storia italiana (2004), Intervista ai capitalisti (2005). Inoltre, ha curato le raccolte di saggi: L'alba della Sicilia (1996), Un viaggio imperfetto (1999), Frontiere (2000), Il capitale (2001),  Mercati (2002).

Le motivazioni della giuria 
 Parlare con orgoglio di fabbriche, in un'epoca in cui un certo tipo di capitalismo mostra i suoi limiti, potrebbe sembrare un'operazione di controtendenza, forse anche un po' provocatoria, se si considera la grave crisi che stiamo attraversando. La brillante e appassionata analisi di Antonio Calabrò dimostra che non bisogna accettare ciò che comunemente (ed erroneamente) si discute intorno al capitalismo: la speculazione affaristica, il predominio esclusivo del valore economico, lo strapotere della finanza. Significa semplicemente riportare al centro del discorso economico un'idea di fabbrica sapientemente impostata su criteri di eccellenza e di innovazione, sui rapporti con il territorio in cui l'industria, appunto, soddisfa bisogni e crea benessere. Pur registrando il tramonto del mito della grande fabbrica a vantaggio di quel modello che viene definito il "quarto capitalismo" (le imprese medie e medio-grandi, le cosiddette "multinazionali tascabili", in cui qualità, innovazione, flessibilità e competitività internazionale rappresentano valori guida), Calabrò non smette di credere nella modernità dell'industria manifatturiera, nei suoi programmi più ambiziosi, primo fra tutti quello di esaltare l'intelligenza dell'uomo e la sua vocazione creativa.
 

Giuseppe Lupo
 

 
 

 

Paride Rugafiori
Rockfeller d'Italia
Donzelli editore
 

 
Copertina del libro "Rockfeller d'Italia"

L'opera
 Un uomo, Gerolamo Gaslini, imprenditore, perde una figlia di soli undici anni, Giannina, a causa di una malattia che la medicina non riesce a curare, durante la prima guerra mondiale. Ne rimane sconvolto. Da allora la sua vita è segnata dalla volontà di edificare a proprie spese un grande, moderno centro polivalente per la cura, l'assistenza e la ricerca a favore dell'infanzia, l'Istituto Giannina Gaslini, inaugurato a Genova nel 1938 e conosciuto in tutto il mondo. In un breve arco di tempo, Gaslini costruisce un vasto gruppo di imprese alimentari, chimiche, agricole, immobiliari e bancarie, inserendosi tra i pochi grandi imprenditori italiani dagli anni trenta ai sessanta del Novecento, dal fascismo alla Repubblica. Vicino a Mussolini, a De Gasperi e al Vaticano, amico del cardinale Siri, Gaslini compie un altro decisivo passo nel 1949, quando costituisce la Fondazione che ne porta il nome, un ente di diritto pubblico cui dona in vita l'ingente suo intero patrimonio. Una fondazione holding, questa, un modello originale per struttura e scopi, che usa il profitto d'impresa al fine di sostenere e potenziare l'attività non profit dell'Istituto Giannina Gaslini. Di Gerolamo Gaslini, uomo schivo e solitario, ben poco si conosceva prima di questa lunga e rigorosa ricerca su documenti inediti di archivi pubblici e privati e su dati d'impresa originali elaborati da Roberto Tolaini. Ne è emersa, imprevista, una personalità di assoluto rilievo, sia per la molteplice e spregiudicata attività di imprenditore, sia per l'impegno totale di filantropo innovatore. E il caso di Gerolamo Gaslini - il "Rockefeller d'Italia",  come veniva definito - richiama con forza a questioni e domande, più che mai attuali, attorno ai delicati rapporti tra etica e affari, politica e impresa, fede e laicità, Chiesa Cattolica e Stato italiano.

L'autore
    Paride Rugafiori è professore ordinario presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Torino, dove insegna Storia contemporanea e Storia dell'impresa. Tra le sue pubblicazioni, Ferdinando Maria Perrone da casa Savoia all'Ansaldo (Utet, 1992), Imprenditori e manager. Industria e Stato in Italia (Unicopli, 1995), Imprenditori e manager nella storia d'Italia (Laterza, 1999), e, con Ferdinando Fasce, Dal petrolio all'energia. ERG 1938-2008. Storia e cultura d'impresa (Laterza, 2008).

Le motivazioni della giuria 
  Che cosa spinge un anziano industriale, un uomo che ha conosciuto un grande successo economico, a donare, lui ancora vivente, tutti i propri averi per realizzare una fondazione dedita alle attività non-profit? È la domanda che si pone lo storico Paride Rugafiori, scavando nella biografia di un singolarissimo rappresentante dell'establishment economico tra le due guerre, Gerolamo Gaslini. Gaslini fu davvero un prototipo del self-made man all'italiana: lombardo di origini modeste al pari degli studi, aveva fatto fortuna a Genova negli anni a cavallo della prima guerra mondiale, conquistando il primato nella produzione di olio di semi. Di lì aveva esteso le sue attività dall'alimentare alla chimica, dall'edilizia alla banca, sempre abile nel guadagnarsi il favore dei potenti, specie durante il fascismo. La sua filosofia economica si compendiava in un'operosità instancabile, senza limiti come la sua leggendaria parsimonia, su cui doveva fiorire una ricca aneddotica. Ma Gaslini aveva un cruccio privato: aveva perso una figlia, Giannina, quando era ancora bambina. Di qui la decisione di creare a Genova un ospedale per l'infanzia nel 1938. Negli anni del «miracolo economico», ormai ottuagenario, benché ancora alla testa del suo declinante impero, Gaslini decise di destinare l'intero patrimonio a una fondazione per sostenere finanziariamente l'ospedale. Dopo di lui, la curia genovese prenderà sotto di sé la fondazione. Quella di Gaslini, con le sue contraddizioni tra bramosia di accumulazione e obiettivi etici, è davvero una bella storia italiana.
                                                                                                                             Giuseppe Berta

 
 

 

Marco Rovelli
Servi
Feltrinelli

 
Copertina del libro "Servi"

L'opera
 Servi. Servi degli italiani: ecco l'universo dei clandestini al lavoro. Una situazione drammatica fatta di violenze e soprusi da parte di caporali e datori di lavoro che fanno leva sulla ricattabilità della forza lavoro clandestina per sequestrare loro documenti, trattenere le misere paghe concordate, il tutto condito da insulti e violenze quotidiane, con la collaborazione attiva di piccoli malavitosi locali. Uno scenario che di rado compare sui quotidiani nazionali e che invece rappresenta la dorsale nascosta di un'Italia truce e violenta: l'altra faccia del mito "Italiani brava gente". Dalle campagne siciliane e del foggiano, fino ai cantieri edilizi e agli ortomercati del Nord, da questo libro emerge una fotografia brutale del nostro Paese. Marco Rovelli si è mischiato con i clandestini, facendosi raccontare le loro storie finora inascoltate: dal loro racconto emerge anche il volto crudele del nostro capitalismo, ritornato in alcune aree e comparti a forme ottocentesche di sfruttamento. Un'indagine narrativa di indubbio valore.


L'autore
  Marco Rovelli (Massa 1969) insegna, suona e scrive. Tra i suoi libri Lager italiani (2006 Rizzoli), un "reportage narrativo" dedicato ai Centri di permanenza temporanea (Cpt). Nel 2008 ha pubblicato Lavorare uccide  (Rizzoli), sulle morti sul lavoro in Italia. Suoi racconti e reportage sono apparsi su "Nuovi Argomenti",  "l'Unità"  e "il manifesto".  Fa parte della redazione della rivista online "Nazione indiana". Collabora con Transeuropa Edizioni.

Le motivazioni della giuria 
  Il libro di Marco Rovelli dà voce alle schiere di migranti diventati, nel meccanismo feroce della nuova economia globale, clandestini e servi, esposti a ricatti, ingiustizie, violenze, allucinanti cacce all'uomo. In un tessuto narrativo corale e dialogico, che elude ogni schematismo di genere come rifiuta ogni neutralità di rappresentazione, e che presuppone un impegno radicale di verità («Ho visto ciò che tutti sanno e che tutti possono vedere. Semplici gesti di mani»), l'autore racconta vita e fatiche quotidiane di una moltitudine di oppressi e sfruttati, da un capo all'altro dell'Italia, dai campi  del Meridione alle «belle città» della penisola. Indispensabili al sistema economico italiano che abbatte il costo del lavoro grazie a una flessibilità spietata, i lavoratori clandestini sopravvivono in una condizione di esistenza negata, che di per sé «annulla le persone e le rende disponibili alla soggezione». Nelle storie di braccianti e manovali, di badanti e altre «macchine muscolari» senza diritti e senza parola affiorano dal sommerso i dispositivi economici, le connivenze malavitose e gli aggiustamenti politici e legislativi che reggono le trasformazioni di una modernità italiana spesso somigliante a un sinistro protocapitalismo ottocentesco. 
 
Milva Maria Cappellini

 
 

 
 
 

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