Città Studi BIELLA
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I cinque finalisti dell'edizione 2009

 

Enzo Bianchi
Il pane di ieri
Einaudi

 
Copertina del libro "Il pane di ieri"

L'opera
«Il pane di ieri è buono domani», dice per intero il proverbio. Con la bussola di queste parole Enzo Bianchi racconta storie e rievoca volti della propria esistenza: il Natale di tanti anni fa e la tavola imbandita per gli amici, il suono delle campane nella veglia dell'alba e il canto del gallo nel silenzio della campagna, i giorni della vendemmia e la cura dell'orto.
Trova il momento della solitudine e quello della veglia, accoglie la vecchiaia come una stagione che arriva alla vita.
Ogni racconto è la tappa di un cammino sapienziale che parla dell'amicizia, della diversità, del vivere insieme, dei giorni che passano e della gioia.
Della vita di ogni uomo in ogni tempo e terra del mondo.

«Mia madre deponeva sul tavolo ogni mattina una gríssia del "pane di ieri", un fiasco di vino, un orciolo di olio e una saliera, tutto ricoperto da un tovagliolo da lei ricamato con la scritta: "l'olio, il pane, il vino e il sale siano lezione e consolazione"».
 
L'autore
Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità Monastica di Bose, ha scritto fra l'altro La differenza cristiana (2006). 
 
Le motivazioni della giuria
Si nasceva e si moriva in casa, una volta. In casa si festeggiavano i matrimoni, e ogni altra rara e festeggiabile ricorrenza. In casa, una volta, si preparava il ragù, meglio "la salsa": ore e ore a tritare, rosolare, sobbollire, rimestare, sorvegliare. Per il cugnò, la mostarda, altre ore e ore, tutto il giorno e tutta la notte anzi. Sibariti? No, gente di campagna, quasi sempre povera - la gente, la campagna. C'era la voce delle campane, una volta. Accompagnava e narrava la giornata, la vita, della comunità. E non si era mai soli, mai. Lo ricorda e racconta Enzo Bianchi in questo libro che con naturalezza, gratitudine e senso della meraviglia, con scrittura morbida e vigorosa nello stesso tempo, rilegge le trasformazioni della società contadina, così marcate nell'esteriore, le traduce in un dimensione più ampia, universale. Ricorda e racconta il vino e il pane, la mensa e la messa, la neve e la grandine, il pranzo di Natale e la veglia di parole e di ascolti, gli incontri e gli insegnamenti preziosi di grandi maestri anonimi, mendicanti, girovaghi, ultimi. Ogni occasione aiuta a riflettere, a ricavare lezioni, il pane di ieri è buono domani, appunto. Un amarcord without tears. O, forse, chissà, ricordando e raccontando nella sua cella e in quel silenzio alto e affollato di voci e di immagini care e rimpiante, il priore si sarà scoperto piangere un poco prima del grido delle campane, e con questo?

Pier Francesco Gasparetto

 
 

 

Goffredo Buccini
La fabbrica delle donne
Mondadori

 
Copertina del libro "La fabbrica delle donne"

L'opera
A Verlascio, immaginario paese dell'entroterra meridionale così arroccato, sgretolato e inutile da essere "schifato perfino dalla camorra", la vita si rovescia in un solo giorno: quando nella valle vicina viene impiantata una fabbrica dove lavorano solo donne. Giovani e quasi tutte straniere, inseguono il miraggio di un futuro migliore e iniziano a mescolarsi ai paesani, portando in dote freschezza e vitalità, bisogni e desideri. Nessuno sembra accorgersi che il loro arrivo suscita un turbamento profondo nei sentimenti di tutti e, insieme, un sovvertimento progressivo nell'ordine delle cose. Così, mentre sbocciano i primi amori con alcuni ragazzi del luogo, si diffonde in paese una violenza sotterranea e sempre più irrazionale, selvaggia, quasi fosse l'unico, disperato anticorpo che quella comunità arcaica riesce a sviluppare per arginare una novità in grado di scuoterla dalle fondamenta. Sarà con le sole armi del coraggio e della complicità femminile che queste giovani donne potranno combattere, fino al sacrificio di una di loro, la brutalità misogina e l'ottundimento di ogni residuo di ragione che a Verlascio sembrano contagiare chiunque. A raccontarci questa storia, sanguinosa eppure piena d'amore, è un ragazzo, Gesuino, che si affaccia alla vita e che grazie alle donne della fabbrica - a Ester, a Mirtida, alla impavida Colonnella, ma soprattutto alla dolce e determinata Gemmarosa - scopre la miseria e la crudeltà, l'audacia e la passione che faranno di lui un adulto. Goffredo Buccini attinge nutrimento narrativo dalle fiabe antiche della sua terra - come quelle raccolte da Basile nel Cunto de li cunti - e dalle tensioni che oggi dividono in "noi" e "loro" ogni comunità, per dare vita a un romanzo duramente contemporaneo. Con una scrittura intrisa di colori forti e di tenerezza, e tuttavia limpida come solo lo sguardo di un ragazzino può essere, Buccini ci trascina in una storia ad alta temperatura emotiva nella quale l'amore e il male, la sofferenza e la compassione porteranno a compimento la formazione di un uomo. Mentre le donne, come le stelle di un mare che non bagna né Napoli né Verlascio, lo stanno a guardare. Più forti e lontane.

L'autore
Goffredo Buccini (1961), sposato, una figlia, ha pubblicato il saggio O mia bedda madonnina (Rizzoli 1993), scritto insieme a Peter Gomez, e i romazi Canone a tre voci (Frassinelli 2000) e Orapronò (Frassinelli 2002).

Le motivazioni della giuria
A Verlascio, «paese fesso» del Meridione interno, distante dal mare e dal progresso, la modernità irrompe con tratti stridenti: una fabbrica vagamente tayloriana e una frotta di ragazze in fuga dalla miseria di paesi più o meno lontani, dall'Africa all'Est Europa a sperduti lembi d'Italia. Le ragazze portano grazia e bellezza ma anche cicatrici di stragi lontane, la fabbrica porta segni di un incerto benessere ma anche minacce agli atavici equilibri di una collettività che cova, sotto l'apparente immobilità, una violenza cupa. L'ossessione del contagio - in passato la paura per gli antichi «mori fetenti», oggi il disprezzo per le «squacquare della fabbrica» - genera anticorpi spietati, innesca il conflitto tra il sé e l'altro, cancella ogni umanità: ben presto, gli esperimenti di solidarietà femminile si infrangono contro tenaci consuetudini omertose, la misoginia svela il proprio volto più efferato, il familismo amorale preclude qualsiasi velleità di riscatto. Sul corpo delle donne - nel gioco della slot machine a Verlasco come nei massacri di operaie a Ciudad Juarez - si consuma lo scontro mortale tra una civiltà chiusa ed arcaica e una industrializzazione attardata e brutale.
In questo Sud privo di ogni abbellimento pittoresco, percorso da leggende sanguinose e segnato da omicidi negati, si snoda l'apprendistato alla vita del ragazzo Gesuino, campione di calciobalilla che passa le giornate tra il mito di un cugino pericolosamente vicino alla malavita e il desiderio confuso di un'esistenza diversa. Sua è la voce narrante, suo il linguaggio polifonico intessuto di dialetto e gergo, suo lo sguardo su una realtà feroce in cui ogni tenerezza si paga a caro prezzo e l'amore si fa, finché dura, in un vecchio bunker rifugio di tossici. Come in ogni romanzo di formazione, la conclusione della vicenda porterà al giovane protagonista un incremento di consapevolezza («Non c'è bisogno di spaccare teste. Basta che cambi la tua») e il monito a considerare che anche l'antica storia di Cola Pesce può avere un esito alternativo. La salvezza, tuttavia, sta ancora altrove, lontano da Verlascio e dal suo cupo muraglione.
Nella rappresentazione delle devastazioni di un progresso senza sviluppo, La fabbrica delle donne di Goffredo Buccini coniuga una struttura corale da narrazione antropologica novecentesca con uno stile tessuto tra mimesi del parlato e suggestioni della grande tradizione di Giambattista Basile, il realismo nella descrizione dei meccanismi sociali con il senso delle trasformazioni laceranti dell'etica e dell'immaginario.

Milva Maria Cappellini

 
 

 

Ovidio Colussi
Il grande Lino
Santi Quaranta

 
Copertina del libro "Il grande Lino "

L'opera
Il grande Lino è una storia straordinaria dal punto di vista umano e interessante dal punto di vista stilistico: pittoresca e vivace, insolita e colloquiale, che mescola realtà e fantasia, nomi veri e nomi d'invenzione, situazioni e fatti reali a situazioni ed eventi frutto della creatività di Ovidio Colussi.
Alla fine, risalta viva e cesellata la personalità di Lino Zanussi, il formidabile industriale pordenonese che seppe bloccare con le attività della sua fabbrica l'emigrazione dalla propria terra: l'Autore ne delinea l'umanità, anche i piccoli difetti che lo rendono ancor più vero; il dinamismo, la sobrietà, il senso pratico di un temperamento semplice e acuto, sostanzialmente contadino.
Lino, ritratto come un padrone forte e decisionista, ma generoso, appartiene non solo alla sua famiglia e alla sua fabbrica, bensì a tutta una comunità civile e sociale che lui ha saputo far progredire concretamente: per questo Lino è un grande, il grande Lino, com'era chiamato dai suoi operai.
Colussi trae da questa figura una storia narrativa, ampiamente romanzata, che risulta più autentica e più coinvolgente di una qualsiasi biografia tradizionale; scrive in friulano, la sua madrelingua, e poi traduce in italiano, nel quale immette la tramatura e la linfa di un idioma avito e popolare, fresco e cromatico. Con una narrativa così zampillante, simpatica al lettore per una sua indole naturale, intrisa di humour, l'Autore intende innalzare a Lino Zanussi, non un monumento retorico, ma un elogio spontaneo del cuore, nel quarantesimo anniversario della sua morte avvenuta il 18 giugno 1968, per un incidente aereo in Spagna.

L'autore
Ovidio Colussi, è nato il 9 gennaio 1927 a Casarsa (PN). Ha frequentato la scuola di perito industriale al «Malignani» di Udine. Ha lavorato, per tredici anni, all'interno della Zanussi. È stato sindaco di Casarsa dal 1964 al 1974. Co-fondatore con Pier Paolo Pasolini, il 18 febbraio 1945, dell'«Academiuta di lenga furlana», è autorevole esponente della «Societât Filologjiche Furlane» di Udine; dal 1995 dirige lo «Strolic», storico annuario edito dallo stesso sodalizio culturale, scritto interamente in friulano.
Tra le sue numerose opere pubblicate, citiamo: Torzeonant, premio di poesia San Vito al Tagliamento, 1982; Pâs e uera, premio San Simon, 1982; Li' posselvis, premio di poesia Pedrocchi (di Padova), 1983; Il paròn, premio narrativa Societât Filologjiche Furlane, 1985; Disfurtunis, premio San Simon, 1985; Il pilustrat, premio Societât Filologjiche Furlane, 1987; Il plevan, segnalato al premio San Simon, 1991; Chêi di Pagura, premio Cortina, 1991; il saggio Nei giorni dell'Academiuta, Editore Campanotto, Pasian di Prato, 1994.

Le motivazioni della giuria
Come un'anticipazione dell'irrompere del Nord-Est nell'Italia industriale, "Il grande Lino" di Ovidio Colussi, tecnico ma pure intellettuale raffinato (con Pier Paolo Pasolini fondatore nel 1945 dell'Academiuta di lenga furlana), racconta in chiave letteraria la vicenda di Lino Zanussi e della sua importante azienda, la Zanussi Industrie S.p.A di Pordenone operante sotto il marchio Rex. Un'azienda avviata dal padre di Lino nel 1916 per la produzione delle cucine economiche, atte anche a riscaldare l'ambiente. Mancato il padre, il giovane Lino (1920-1968), nel secondo dopoguerra, sviluppa la produzione tradizionale fino a contare un notevole numero di operai e a disporre di una buona capacità di accumulazione finanziaria. Nei primi anni '50, Lino coglie la sfida dell'innovazione, lanciandosi nella produzione su vasta scala di cucine a gas. Grande lavoratore, gli è innata la capacità di combinare e massimizzare rapidamente i diversi fattori di un'azienda in rapido sviluppo. Conscio delle proprie doti, con quella ferma fiducia in se stesso che gli consente di ottenere affidamento e fiducia del sistema bancario e commerciale, ogni volta compie un balzo in avanti: acquista aree industriali e costruisce nuovi stabilimenti. Assume giovani tecnici friulani, impegnati qua e là per l'Italia a farsi le ossa, ben contenti di tornare a casa. Brevetta metodi e prodotti. Poi, in pieno miracolo economico, passa ad altri generi di largo consumo, dai frigoriferi alle lavatrici. Nei tardi anni '60 è ormai leader del settore. La Zanussi assorbe importanti concorrenti e si appresta a intese internazionali. Appunto in quella direzione, Lino parte per la Spagna, ma perisce per un incidente aereo nel cielo di San Sebastian.
L'occhio di Ovidio Colussi, che ha lavorato nell'azienda per sette anni, narra l'intensa avventura del "grande Lino", le passioni e le tensioni all'interno dell'azienda tra i "vecchi" (quelli delle scuole elementari) e i giovani tecnici diplomati; interviene con decisioni fulminee nell'assumere e nel licenziare, crea una solidale comunità di fabbrica. Tra i molti riconoscimenti che gli pervengono, il più rilevante è la Laurea honoris causa conferitagli dall'Università di Padova, cui si unisce l'omaggio di un Presidente del Consiglio in occasione del quarantennio della fondazione della ditta. Sullo sfondo del racconto, la rassicurante solida famiglia: dal padre alla moglie Gina, ai tre figlioli; e una città che cresce e da centro agricolo diventa industriale, una società che si trasforma, nel ricordo dell'antico Friuli che torna spesso a galla, ma flebilmente, con proverbi, modi di dire, avari scorci di paesaggi; e che ormai non c'è più.

Marco Neiretti

 
 

 

Sergio Pent
La nebbia dentro
Rizzoli

 
Copertina del libro "La nebbia dentro"

L'opera
Con gli anni Settanta si consumò la cesura definitiva: da una parte una tradizione contadina dai ritmi immutati, dall'altra l'improvvisa accelerazione del cambiamento, che rendeva tutto possibile. Attilio e Pietro, come tanti, conoscevano solo il mondo dei loro padri; Torino fu per entrambi la scoperta di un altro mondo, che sapeva attrarre con le sue promesse, o spaventare per le possibilità che offriva.
All'epoca i due fratelli presero strade opposte, ma a distanza di trent'anni la morte del padre li costringe a guardarsi di nuovo negli occhi. Attilio si presenta al funerale con l'atteggiamento del politico in visita ufficiale, elargendo sorrisi a favore di fotografo, senza nascondere il disprezzo per ciò che si è lasciato alle spalle: l'insignificante paesino della Val di Susa e la miseria di una mentalità ripiegata su se stessa. Pietro tutto questo lo rivendica con orgoglio e difende la coerenza della sua vita appartata. Per due caratteri tanto diversi l'ovvia tentazione è quella di sputarsi in faccia le rispettive scelte, ma al fondo della reciproca incomprensione resta un passato comune e tenace che può ancora ricomporre le differenze. Nella ritrovata complicità diventa naturale, quasi necessario, raccontarsi fallimenti e delusioni. E trovare finalmente il coraggio di confessarsi i dettagli di uno scandalo che solo un fratello può ascoltare senza giudicare.
La nebbia dentro è un romanzo scabro e diretto, che elegge la Val di Susa a luogo dell'anima, dove fermarsi e riscoprire l'incrollabile forza del legame tra fratelli, oltre le divergenze e i silenzi. Ma è anche il bilancio di un'intera generazione, quella che alla fine degli anni Settanta si è trovata sperduta in un mondo diverso da come lo aveva immaginato.

L'autore
Sergio Pent è nato in Val di Susa nel 1952. vive e lavora a Torino. È critico letterario per "TTL", "Diario", "L'Indice" e "l'Unità". I suoi ultimi romanzi sono Il custode del museo dei giocattoli (Mondadori 2001), con cui ha partecipato al Premio Strega e ha vinto il Premio Città di Penne-Mosca, e Un cuore muto (e/o 2005, vincitore del Premio Volponi).

Le motivazioni della giuria
Due vite parallele, due prospettive antitetiche dell'esistenza - la storia di due fratelli divisi dal carattere e da una donna che è stata prima l'amante di uno, poi è diventata moglie dell'altro - trovano l'occasione per un incontro intorno al corpo del padre morto. Sono questi i motivi che fanno dell'ultimo libro di Sergio Pent, La nebbia dentro, una piccola, ma felice recherche proustiana, dove la sfera del privato si intreccia con quella della vita collettiva, cioè con la storia di una nazione transitata in maniera vertiginosa dalla civiltà dei paesi aggrappati alla terra a quella del villaggio globale. Pent porta avanti il racconto con lo stile asciutto del narrare piemontese, mescolando mito, elegia, cronaca, senza mai far perdere ritmo a una scrittura nitida come un autunno soleggiato o senza cadere nella trappola della nostalgia e del rimpianto. La sua, anzi, è una lucidissima analisi sul senso di una contemporaneità che il veloce trascorrere del tempo rende subito archeologia e cerca di scongiurare il pericolo dell'oblio attraverso una letteratura che dovrebbe farsi esame di coscienza generazionale. È probabilmente questo l'elemento che più di altri apparenta il libro con Un altare per la madre di Ferdinando Camon e, andando più a ritroso, con Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini. In entrambi i modelli si assiste a un processo di morte e rigenerazione, di incontro e allontanamento dal passato, ottenuto soprattutto grazie alle parole, al dialogo. Sicché anche La nebbia dentro è una conversazione: orizzontale, non più verticale come nel romanzo vittoriniano, tra coetanei che la vita ha diviso e che solo alla fine, nella solitudine di una periferia elevata a paese dell'anima, ritrova l'alfabeto con cui intendersi. Ma è pure una sorta di liturgia laica che vuol celebrare nella morte del padre la fine di un'epoca, dinanzi alla quale non c'è che da scegliere due strade: restare impigliati nella memoria o lasciarsela alle spalle, come un relitto da dimenticare.

Giuseppe Lupo

 
 

 

Alessandro Portelli
Acciai speciali. Terni, la ThyssenKrupp, la globalizzazione
Donzelli

 
Copertina del libro "Acciai speciali. Terni, la ThyssenKrupp, la globalizzazione"

L'opera
«Se voi avete mai visto come veniva manipolato l'acciaio, è una cosa che cambia dentro. Vedere un cilindro che viene fuori da un forno, le turbine usate per l'energia elettrica, con diametri di due metri, lunghe quindici-venti metri, escono fuori al calore bianco, prese da quella pressa, sollevate come fuscelli, battute, modellate, cioè l'uomo che ha in mano questa forza e capacità di plasmare l'acciaio, è qualcosa che forgia anche dentro la coscienza e quindi chi ha partecipato a questo processo è un po' come quello che ha fatto delle guerre e racconta...».
Il 29 gennaio 2004, la multinazionale tedesca ThyssenKrupp annuncia la chiusura del reparto magnetico delle Acciaierie di Terni. Con sorpresa di tutti, una città che da tempo pensava di essersi tolta di dosso l'identificazione con la fabbrica e cercava - senza trovarle - identità alternative, si mobilita immediatamente attorno agli operai. Settimane di picchetti, blocchi stradali, solidarietà e preoccupazione: scene che a Terni si erano viste solo mezzo secolo prima, nella rivolta seguita ai tremila licenziamenti del 1953.
Questo libro parte da quei giorni per raccontare in presa diretta, con gli strumenti della storia orale, della partecipazione osservante e della passione politica, le trasformazioni di una città industriale nell'era della globalizzazione. Ascolta i cambiamenti del mondo operaio - dalla tragica dismissione degli impianti di Torino alla piena espansione dell'acciaio indiano -, l'intreccio di culture del lavoro e culture giovanili, di linguaggi sindacali e linguaggi calcistici, di senso di classe e di impulsi nazionalistici, in una forza lavoro radicalmente cambiata, capace al tempo stesso di profondo oblio e di sorprendente memoria.
 
L'autore
Alessandro Portelli (Roma, 1942) è considerato tra i fondatori della storia orale. Insegna Letteratura angloamericana all'Università «La Sapienza» di Roma ed è presidente del Circolo Gianni Bosio. Per i tipi della Donzelli ha pubblicato L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria (Premio Viareggio 1999); Canoni americani (2004); Città di parole (2006) e Storie orali (2007).

Le motivazioni della giuria
Il 29 gennaio 2004, la direzione dello stabilimento di Terni della ThyssenKrupp annunciava la chiusura del Reparto magnetico, che produceva acciaio magnetico a grano orientato per l'industria elettrica, mettendo in discussione 900 posti di lavoro, tra dipendenti aziendali e lavoratori dell'indotto. Per la città, che aveva fondato le sue fortune sul grande stabilimento siderurgico, fu una notizia drammatica che faceva cadere certezze che si erano consolidate nel corso di decenni. La risposta fu uno sciopero generale dei dipendenti e dei cittadini tutti, che capivano che il ridimensionamento delle acciaierie significava una contrazione degli spazi esistenziali di tutta la comunità.
Lo stabilimento di Terni era stato fondato nel lontano 1884 e, negli anni della Grande crisi, era passato sotto il controllo dell'Iri. Un primo ridimensionamento l'aveva subìto nel 1953, quando erano stati licenziati 2.000 operai per adeguarne la capacità produttiva dall'industria di guerra a quella di pace. Nel 1994, l'acciaieria era stata privatizzata: la finanziaria siderurgica dell'Iri, la Finsider, l'aveva ceduta al colosso Krupp che, cinque anni più tardi, si fuse con un'altra grande impresa tedesca, la Tyssen, dando origine al gruppo multinazionale TyssenKrupp, costituito da 670 società collegate, dotate di circa 200.000 dipendenti e operanti in 45 paesi del mondo.
L'Autore - uno dei più noti rappresentanti del filone storiografico della cd. "storia orale" - descrive con maestrìa e efficacia narrativa il clima sociale e le situazioni personali che si vennero a determinare con l'annuncio dei licenziamenti. Alternando pagine di storia tradizionale con pagine di storia orale, crea un affresco ricco di umanità, che attira con forza l'attenzione del lettore, catturandola dalla prima all'ultima pagina.
Dopo mesi di lunghe ed estenuanti trattative, la ThyssenKrupp chiuse il Reparto magnetico, che era uno dei fiori all'occhiello dell'industria italiana, riassorbendo gran parte dei licenziamenti sino a tutto il 2009. Il mondo del lavoro ternano ne uscì psicologicamente sconfitto, mentre risultò vincitrice la azienda tedesca, che divenne il simbolo della potenza delle imprese multinazionali che riescono a sfuggire - muovendosi con agilità e, talvolta, con spregiudicatezza in molti paesi diversi - ai controlli politici e sociali degli stati nei quali hanno localizzato i loro impianti produttivi.
Infine, occorre menzionare che il volume è arricchito di un toccante capitolo dedicato al gravissimo incidente che si verificò nello stabilimento di Torino della ThyssenKrupp nella notte tra il 6 e il 7 dicembre 2007, in un periodo nel quale l'impianto della città subalpina era in corso di chiusura, nel quadro delle rilocalizzazioni che la multinazionale tedesca stava effettuando a livello mondiale.

Claudio Bermond