


Raffaele Nigro, nato a Melfi, nel 1947, vive e lavora a Bari, dove è caporedattore della sede Rai. Ha scritto numerosi saggi e articoli e ha realizzato a partire dal 1979 innumerevoli servizi televisivi e radiofonici e molti documentari. È autore de: "I fuochi del Basento" (1987, Premio Supercampiello); "La baronessa dell'Olivento" (Milano,Camunia, 1990); "Ombre sull'Ofanto" (1992, Premio Grinzane Cavour); "Dio di Levante" (1994); "Adriatico" (1998, Premio Scanno e San Felice Circeo); "Diario Mediterraneo" (2000, Premio Cesare Pavese) e "Viaggio a Salamanca" (2002). Per Rizzoli ha pubblicato la raccolta di racconti "Il piantatore di Lune" (1991) ed il suo ultimo romanzo: "Malvarosa" (2005). I suoi libri sono tradotti in varie lingue. Nell'Ateneo barese è fra gli autori più apprezzati: è appena uscito il volume del critico letterario Ettore Catalano: "Raccontare con dolcezza e tempestosità. Studi sull'opera di Raffaele Nigro" che raccoglie, per i tipi di Giuseppe Laterza, una serie di interventi critici sulla figura e sull'opera dello scrittore lucano di nascita, ma barese d'adozione. Nel 2003 lo stesso Catalano pubblicò: "Il dialogo comunicante nell'opera di Raffaele Nigro", focalizzando i molteplici aspetti dell'operosità intellettuale dello scrittore: dalla produzione teatrale a quella in versi, dall'opera narrativa all'impegno giornalistico. I suoi romanzi sono tradotti in molte lingue.

La trama di "Malvarosa"
Malvarosa è il ritratto impietoso di un meridione che va mutando, in un sovrapporsi e confondersi di culture. Il protagonista, Eustacchio Petrocelli, Eustà, sequestrato da un gruppo di guerriglieri tunisini, nel buio del carcere è spinto a fare chiarezza dentro di sé. Incalzato a raccontare, ripercorre la sua formazione nell'amata-odiata Metaponto, la famiglia, gli amici, il grande amore per Soukeyna, la splendida senegalese. Ma racconta anche il mondo del lavoro del Meridione, racconta di industrie dell'acciaio, quali l'Italsider, che portano odore di ferro e di ruggine a coprire i profumi dei campi, svestono i contadini dei loro fustagni per rivestirli di tute blu, sostituiscono le piane di frumento con sterminati complessi turistici, i campi di grano e di oliveti con silos e nastri trasportatori, fanno sorgere città di lamiera e di acciaio come l'Enichem, a soffocare con l'odore di caprolattame ogni residuo richiamo della malvarosa. Anche se, agli occhi del protagonista, tutto ciò: " Era la modernità sconvolgente. Non era Sud". Ma, inconcludente ed eterno insoddisfatto, Eustà dovrà attraversare molte prove prima di raggiungere consapevolezza e maturità.